domenica 27 febbraio 2011

La Donna della Domenica: 6. Il corpo delle donne


Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe: "Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele!".

Così si dice al 12° minuto circa de "Il corpo delle donne" (2009) il documentario realizzato da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù di cui si sta parlando da un po' di giorni, che indaga sull'attuale condizione della donna in televisione e al cinema, sulla veicolazione di immagini del femminile volgari, distorte, persino mostruose...25 minuti circa, una breve scossa che dovrebbe farci svegliare di colpo e spalancare gli occhi di fronte alla brutale demistificazione del femminile che stiamo vivendo silenziosamente e inesorabilmente.
La parte del documentario che mi ha colpito maggiormente è quella che riguarda l'uso del volto da parte delle donne di spettacolo di oggi: non più volti al naturale, biglietti da visita della propria anima e del proprio vissuto, pelle, difetti, imperfezioni, espressività, ma maschere deformi e standardizzate, incarnati levigati in modo surreale, tratti somatici quasi alieni, deformazioni grottesche che nascondono la vulnerabilità e la fragilità, che si usano come scudi di inattacabilità ma che quasi sempre confinano con la mostruosità.


Che fine hanno fatte le donne vere, genuine e coraggiose come Anna Magnani? I volti come quello di Maria Callas nella Medea di Pier Paolo Pasolini con tutta la sua struggente espressività? 



Dov'è andata a finire la bellezza spontanea delle occhiaie, delle rughe, dei nasi importanti, dei menti pronunciati? Perché In Italia non ci sono più donne che non hanno paura di mostrarsi così come sono senza giochi di prestigio e ritocchi magici, donne belle perché autentiche o splendidamente brutte? Perché ricorrere all'umiliazione di un viso di plastica privato a forza della sua personalità e unicità?
Perché l'uomo può invecchiare decorosamente e mostrare i segni del tempo senza vergogna e la donna deve invece gonfiarsi, farsi tirare, allungare, accorciare come un inanimato oggetto di gomma, un involucro senza alcun valore umano?
Dovremmo riflettere su questi interrogativi che oggi qualcuno può trovare scontati, detti e ridetti, fiato sprecato, e che invece mostrano ferite e disagi nazionali (e non solo) molto più profondi e gravi di quello che si possa pensare.
Il corpo delle donne è oggi umiliato come non mai. Ditemi se questo è qualcosa da prendere alla leggera!
Invito tutti, donne e uomini, a guardare o riguardare il documentario e a riflettere o, meglio ancora, a indignarsi:

mercoledì 23 febbraio 2011

Serie tv mon amour : 3. Mad Men


Amo immensamente Don Draper! Attenzione, non John Hamm, l'attore che ne interpreta il ruolo, ma proprio Don, l'immaginario, televisivo, inventato, mai esistito straordinario personaggio di questa stupenda ed epica serie tv.
Cos'è Mad Men e cosa provochi in chi lo guarda non lo so esprimere bene a parole, è una di quelle serie che vanno viste e amate o odiate all'istante, che vanno respirate, inglobate, divorate con gli occhi per essere capite.
Posso dire quello che ci vedo dentro e che adoro in modo quasi feticistico...
Uno studio di pubblicitari in pieno centro a New York, bicchieri tintinnanti di whisky ambrato e ghiaccio a qualsiasi ora del giorno, sigarette fumanti accese e aspirate con voluttà, capelli impomatati ed eleganti completi per gli uomini, chiome vaporose e abitini con fiocchi, pois, bottoni e vezzi di ogni tipo per le donne, curve esagerate o vitini di vespa, labbra e smalto rossi, borsette e guanti bon ton. Eleganza, classe, movenze e gesti affascinanti d'altri tempi; mariti fedifraghi, finte santarelle, amori naufragati, passioni repentine. Riferimenti storici e sociali, mitologie degli anni Sessanta, l'upper class, il boom economico, il materialismo, la televisione e la pubblicità, tutto ciò si trova concentrato in modo brillante in questa serie pluripremiata e indimenticabile per ogni telespettatore di buon gusto.
E poi c'è lui il sexy, tenebroso, donnaiolo, tormentato, discreto, forte pubblicitario protagonista, Don Draper appunto. Un personaggio che ti entra dentro e ti rimane in testa come una possente statua di marmo, una figura complessa, ingombrante, caratterizzata in modo impeccabile, come mai era forse stato rappresentato un carattere maschile in tv, un tipo psicologico frutto di una determinata epoca, portatore di mode, paure e perdizioni tipiche di un periodo storico ben preciso eppure simile ad ognuno di noi, ad ogni spettatore che lo guarda rapito e conturbato, ora affascinato ora infastidito ma sempre in totale empatia.
Sono arrivata alla 4 stagione e non mi stanco mai, mai, mai...
Consiglio vivamente a quei pochi che non l'avessero ancora fatto di provare a vederla subito e di vivere quest'elegante e complessa esperienza televisiva col rischio di non poterne più fare a meno!

Don Draper, puro fascino, grande mistero...
La bellissima e giunonica Joan
Peggy Olson, prima segretaria poi creativa

Pete Campbell, l'account executive
Il mitico Roger Sterling

La bellissima e capricciosa Betty
Il vecchio veterano della pubblicità, Bert Cooper

La squadra al (quasi) completo

sabato 19 febbraio 2011

Cigno nero o cigno bianco?


Non ho ancora capito bene se Il cigno nero (di Darren Aronofsky, 2010) mia sia piaciuto o meno, eppure stanotte ci ho pensato e ripensato a lungo prima di addormentarmi e non riuscivo più a togliermi quella faccia folle di Natalie Portman dalla testa...Fastidio o attrazione???
Oscillo tra l'idea che il film sia un pasticcio dal ripieno farcito di horror-porno-trash-psicotico dal gusto insopportabile e fastidiosamente forte, e l'idea che si tratti invece di una raffinata, struggente operazione di scavo interiore e di introspezione nell'animo e nel corpo femminile e nel dorato e malato ambiente della danza classica.
Se mi decido per la prima ipotesi allora il film mi sembra disgustoso, volgare, snervante, e mi associo ai fischi dei giornalisti che l'hanno accolto a Venezia; mi chiedo che senso abbia avuto per Aronofsky far vedere così tanto e ricorerre ad una serie infinita di effetti speciali, incluse unghie continuamente scheggiate e sanguinanti, dita dei piedi mostruosamente attaccate tra loro, lacerazioni della pelle con annessa fuoriuscita di piumaggio nero, gambe squarciate da ferite, sangue immotivato e abbondante.
Non sarebbe bastato evocare, eludere, suggerire, far intuire? Perché dover per forza provocare la nausea e il vomito allo spettatore? Perchè non solleticarlo e basta? Perché involgarire con effetti da film dell'orrore o da pulp di serie b un'opera di questo calibro? Proprio non capisco...
Ma allora perché non riesco a dire che il film fa schifo e che non mi è piaciuto? Perché ne sono così attratta e sedotta?  Credo di sapere perchè...
Perché Natalie Portman recita in modo straordinario, da non crederci, e piange, suda, si sforza, si contorce davvero come un'ossessa; non dimenticherò mai certe sue espressioni addolorate, preoccupate, impazzite, mi si sono messe in testa come la faccia a denti serrati di Jack Nicholson in Shining o quella demoniaca di Al Pacino ne L'avvocato del diavolo, per sempre.
Credo sia il film dove l'attrice abbia dato il massimo di sè, credo sia la perfezione assoluta e non mi stupirebbe affatto un Oscar.
Poi perché la parte coreografica, quel contrasto tra bianco diafano e nero cupo, quelle piume, quei lustrini, quei piedi sulle punte, quei corpi sottili e volanti sono così belli, attraenti, struggenti, temibili, da far venire la pelle d'oca e la gola secca; un mondo luccicante eppure tetro e marcio, una dimensione di bellezza e di dolore estremo, di eleganza e di sofferenze fisiche e (im)morali che attrae morbosamente chi guarda.
Ancora, perché la parte erotica (Mila Kunis è bravissima in questo) è così esplicita, ostentata, diabolica da inchiodare allo schermo e da non poter lasciare indifferente nemmeno il più disinibito degli spettatori.
Infine perché, c'è poco da ridire, Aronofsky è bravo e con la macchina da presa, su un ring o su un palcoscenico, tra lotte furiose o tra balletti impazziti, ci sa fare davvero.

giovedì 17 febbraio 2011

Blue Valentine

Nascita, esplosione, tramonto di una storia d'amore. L'entusiasmo e la folle euforia degli inizi, l'arrivo prepotente delle responsabilità, qualcosa che va a male, qualcosa da salvare, poco coraggio di farlo, sentire l'attrazione della parola "fine" e della chiusura di qualcosa che ha fatto il suo tempo e che non brilla più.
Triste eppure normalissimo, l'amore è anche questo, col passare dei mesi e degli anni può diventare fortezza indistruttibile in cui rifugiarsi, splendida forma di dipendenza di cui non si può fare a meno, o pesante macigno da appendersi al collo e da trascinare stanchi e arrabbiati.
Dean e Cindy si sono amati all'improvviso e tanto (i loro ricordi in flash-back e in 16 mm ne sono splendida prova!), si sono sposati e hanno messo su famiglia, ma adesso c'è qualcosa che non va, un dolore inespresso, un silenzioso e abitudinario disamoramento che sta diventando atroce da sopportare. La rabbia cresce, la fine si avvicina da far paura.
Lui sembra voler difendere con le unghie e i denti questo amore, lei appare stanchissima e triste; i due attori protagonisti, Ryan Gosling e Michelle Williams, sono superbi nel rendere questa penosa situazione e fanno provare letteralmente dolore e bruciore.
Un bellissimo film triste Blue Valentine (di Derek Cianfrance, 2010), capace di penetrarci e di pungerci in modo quasi fastidioso ma profondamente vero e illuminante.
Piangerete, ne sono certa.


(Ma poi vogliamo parlare di quanto sia bella, stilosa e di classe Michelle Williams??? Con i capelli corti la trovo divina! Ammetto di aver voluto fortemente vedere il film perché è lei l'attrice protagonista!La adoro!)

lunedì 14 febbraio 2011

We Want Sex: un film da vedere ORA!


Ieri, sulla scia della splendida giornata femminile e femminista d'altri tempi che ci ha viste protagoniste (http://margherita-nulladipreciso.blogspot.com/2011/02/se-non-ora-quando.html), subito dopo la manifestazione sono andata a vedere in un piccolo cinema piacevolmente antiquato, di quelli che odorano di polvere e di velluto, che danno i film semisconosciuti o in ritardo di parecchi mesi, un film bellissimo, che non dimenticherò facilmente: We Want Sex (di Nigel Cole, 2010), un inno all'intelligenza e alla storia delle donne fatta dalle donne.
La vicenda, verissima, è quella delle operaie della fabbrica Ford di Dagenham, nell'Essex, in Inghilterra, che nel 1968 scioperano per ottenere la parità retributiva rispetto ai colleghi uomini.
Incitate e animate dalla combattiva Rita O'Grady, queste coraggiose e autoironiche donne, addette alla cucitura dei sedili delle automobili, scendono in strada a protestare e a chiedere una riqualificazione del loro lavoro e condizioni alla pari; sono solo 187 (mentre gli operai uomini impiegati nella fabbrica sono 55mila!!!!), eppure unite e solidali, riescono a mandare in tilt il rigido maschilismo Ford e delle fabbriche in generale e a fare un pezzo importante di Storia. La loro richiesta diverrà infatti di lì a poco la legge sulla parità salariale che vige ancora oggi nelle fabbriche di tutto il mondo.
Sono rimasta senza parole e mi sono infervorata fino alla commozione, perché era una vicenda spettacolare che non conoscevo e che ho scoperto in un giorno perfetto, un giorno tutto rosa!
We Want Sex (sottinteso "equality", tradotto in Italia in stile porno-attrattiva facile, mentre il titolo originale è Made in Dagenham) è un film piccolo e poco noto ma brillante, che consiglio di vedere a chi ha bisogno di sollievo e di coraggio rispetto all'attuale situazione femminile italiana, a chi vuole credere che cambiare le cose sia possibile, a chi ha bisogno di ricordare che di cose grandi e grandiose le donne ne hanno fatte tante, a chi vuole respirare un po' di incantevole aria inglese sessantottina con tanto di capelli cotonati e abitini colorati in stile preppy.
Una nota di merito alla bravissima Sally Hawkins (che ho adorato a prima vista nel carinissimo Happy Go Lucky- La felicità porta fortuna), piccola, esile, a tratti buffa, dal sorriso indimenticabile.

giovedì 10 febbraio 2011

"Se non ora quando?"


A questa cosa tengo troppo, credo davvero tanto in questa manifestazione, e mi prendo un po' di spazio in questo blog per dire (in modalità urlo) due cose en passant.
Basta a questo paese ridotto ad un porcile, a squallido harem da film di serie b.
Basta all'Italia che non è un paese per donne.
Basta all'Italia che è un paese solo per donne di bassa dignità e di facili costumi che offendono tutte le libertà che ci siamo conquistate col tempo e con le lotte.
Basta ai capi di governo vecchi, rifatti, papponi e puttanieri che oltreggiano il paese e chi ci abita.
Basta allo schifo che ogni giorno si legge sul giornale e che fa venire la nausea a chi ha ancora un po' di buon gusto.
Basta ad una società maschilista e pervertita ad immagine e somiglianza di chi la governa.
Basta ad una situazione politica ridicola come un circo, infima come un bordello.
Basta a... (continuate voi, che di cose da stoppare ce ne sono fin troppe, purtroppo.)
Noi, donne, che vogliamo restituire alla parola "DONNA" tutta la bellezza e il rispetto che si merita, noi donne che teniamo più al nostro cervello e alla capacità di saper pensare che non a quella di saper fare pompini, noi che siamo belle, forti, libere, sexy come ci pare a noi e non come loro ci vogliono, noi donne che ridiamo e proviamo pena per donnacce volgari come Sara Tommasi o Nicole Minetti, noi, in qualunque parte d'Italia viviamo (ci sono a disposizione ben 117 città da Nord a Sud!), il 13 febbraio DOBBIAMO incontrarci in piazza e manifestare, farci sentire, farci vedere, farci valere. Perché se non lo facciamo ora quando?





mercoledì 9 febbraio 2011

Belli e indipendenti: The Kids Are All Right e American Life

Ultimamente parlo solo di film. In realtà ne parlo sempre, anche al di fuori di questo blog, è il mio campo di sfogo e la mia più grande passione. Durante l'inverno ne vedo almeno uno a sera e qualcuno di questi mi piace così tanto che mi scatta subito un entusiastico istinto di condivisione universale.
Un po' di sere fa per esempio ho visto The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene in Italia) e ho vissuto un'ora e mezza davvero piacevole e leggera in compagnia della coppia lesbica più riuscita e credibile della storia del cinema, quella composta da Julianne Moore e da Annette Bening, due signore attrici brave da non credere, due colonne portanti del buon cinema contemporaneo. Vederle insieme baciarsi, amoreggiare e giocare sotto le coperte, litigare e piangere lacrime d'amore disperato o d'amore tradito, mi ha resa una spettatrice felice. Quando mai si può godere di due attrici così brave e iconiche, così visivamente potenti e protagoniste, insieme all'interno dello stesso film? Un regalo doppio quello che offre la regista Lisa Cholodenko, che usa la sua personale vicenda biografica per tinteggiare una storia semplice e lineare, quella di una famiglia, di due genitori e dei loro più o meno problematici figli, una vicenda originale solo nella sua natura biologica (due madri anzichè un padre e una madre!), ma classica nei suoi sviluppi e nei suoi sentimenti.
Lo consiglio davvero a tutti, è un film piacevole, semplice ed essenziale come solo i film più indie sanno essere, quasi minimale, vero, sincero, senza fronzoli e sparate gradasse, una piccola perla da non perdere

 .

Altro film, altro consiglio. American Life del bravissimo Sam Mendes (titolo originale Away We Go, misteriosamente tradotto dall'inglese all'italiano di nuovo in inglese...Forse per richiamare il fortunatissimo American Beauty dello stesso regista? Strano che non l'abbiano intitolato Revolutionary Life ahaha!). Storia di due trentenni innamoratissimi in attesa del loro primo figlio e alla ricerca di un posto nel mondo in cui vivere. Un ragazzo, una ragazza col suo bel pancione, una macchina e tanto amore, nient'altro; il risultato è un film romantico, carino, delicato, dove per una volta la vita di coppia non è fatta da urla, litigi (a parte quelli che i due fingono di fare!), porte sbattute ed equilibri precari ma da sorrisi costanti e puro, vero amore.
Viene voglia di essere quei due ragazzi dopo aver visto il film e di viversi la vita di coppia come qualcosa di semplice e bello, senza giochi cerebrali e tensioni inutili. L'amore può essere davvero molto facile e godibile e Sam Mendes, travestendosi da regista indie antihollywoodiano, e scegliendo due attori bravi e nemmeno troppo belli, due giovani normali, lo racconta in maniera soave e tenera. Un film per bravi ragazzi innamorati o per innamorati tormentati che hanno bisogno di apprezzare la normalità. Un film per tutti insomma.


lunedì 7 febbraio 2011

Il mio pensiero su Il discorso del re


L'attesa curiosa e pompata dal passaparola mediatico finalmente è finita: ho visto al cinema Il discorso del re e devo spendere assolutamente due parole a tal proposito.
Il film è davvero bello, nulla da ridire, emoziona, incoraggia e infervora lo spettatore, gli apre una finestra storica sconosciutissima e una vicenda umana che ha del leggendario. Un film epico, solenne ma anche profondamente umano e intriso di fragilità.
Io però non sono riuscita a viverlo come film, cioè un'opera cinematografica compatta e completa, dotata di anima e cuore, ma più come palcoscenico teatrale di prove attoriali sbalorditive.
Mi spiego meglio: quello che mi è rimasto dopo averlo visto non è il film in sè bensì Colin Firth che balbetta, urla, sforza le vene del collo, piange come un bambino, facendo tutto ciò con una maestria davvero da premio Oscar, e Geoffrey Rush che provoca, sprona, salta e si dimena di fronte al suo regale paziente con un istrionismo spettacolare.
Ciò che mi è rimasto dentro sono gli attori, che sono di prim'ordine e che recitano in modo mostruosamente perfetto, da far commuovere anche il più cinico dei realisti. Però mi è rimasto solo quello, come a dire che se a parità di film, sceneggiatura e regia Il discorso del re fosse stato interpretato da altri attori, credo che sarebbe stato un film noioso e scontato , un film senza troppe capacità e meriti, insomma un buon film ma non certo il capolavoro plurinominato agli Oscar di cui non si fa che parlare e di cui si parlerà ancora.
A volte la differenza è fatta da chi sta dietro la macchina da presa e ci sono registi che da soli fanno la vera anima e sono la forza invisibile di ciò che vediamo sullo schermo, in questo caso il regista (un pressochè sconosciuto ai più Tom Hooper) è assolutamente oscurato e incapace di fronte al miracolo attoriale di due grandi facce da grande schermo come quelle di Colin Firth e Geoffrey Rush.
Il film vive e si dipana per quasi due ore solo in virtù di questi due abili incantatori e a volte mi sono ritrovata talmente ipnotizzata dalla mimica facciale di Colin Firth e dalle smorfie di Geoffrey Rush, dalla loro pelle, dai loro occhi, dalle loro bocche spalancate o serrate in primo piano, da dimenticarmi di seguire le vicende del film, gli sviluppi della trama.
Mai sottovalutare il mestiere e l'arte dell'attore: da soli un corpo, una voce, uno sguardo riescono a creare il miracolo della credibilità e della verosimiglianza, la magia stessa su cui poggia le basi il Cinema.
Ne Il discorso del re gli attori sono talmente bravi da rendersi autonomi e da godere di vita propria rispetto al povero e umiliato film!
Andate a vederli a teatro...ops al cinema e capirete di cosa parlo!


mercoledì 2 febbraio 2011

L'incantesimo di Ikea

Ikeaphoto © 2008 Ian Muttoo | more info (via: Wylio)





Pochi giorni fa leggevo sul giornale un curioso articolo (eccolo: http://www.repubblica.it/scienze/2011/01/24/news/labirinto_ikea-11593733/?ref=HRV-7 ) riguardo all'Ikea e alla recente scoperta, da parte di alcuni ricercatori dell'University College di Londra, del fatto che questo colosso svedese diffuso in tutto il mondo sia studiato nei minimi dettagli e organizzato in modo tale da indurre l'ignaro visitatore all'acquisto anche non previsto di qualcosa!
Come per effetto di un incantensimo il cliente che si aggira per i meandri di Ikea, tra la sua labirintica planimetria, i suoi angoli accoglienti e comodi, i suoi arredi stilosi e perfetti, pare non possa fare a meno di comprare qualcosa e di portarsi a casa qualche ricordo extra senza averlo calcolato. Troppe cose belle e accattivanti per non provarle, troppi arredamenti e complementi d'arredo invitanti e piacevoli da osservare e sognare per non portarseli a casa e trasformali in realtà. Non potrei essere più d'accordo!
L'Ikea, con la sua mastodontica ed essenziale insegna giallo-blu, mi attira e rapisce ad ogni occasione, mi viene sempre in mente come proposta di uscita pomeridiana con il mio ragazzo (anche se lui spesso non è d'accordo!), lo trovo romantico e rilassante (un po' come nel film 500 giorni insieme, avete presente?), mi aggrada e mi euforizza come fosse un'escursione o un piccolo viaggio in un'altra ovattata dimensione. E non riesco quasi mai a uscirne a mani vuote.
Che sia una tazza, una scatolina porta tutto, un vassoio, un mestolo, uno sgabello, un portafoto, una lampada da comodino presa nel reparto bambini, qualcosa devo pur sempre prenderla e trasferirla nel mio mondo, a casa mia. Credo che tutto sia stregato lì dentro, io ne rimango stregata, e mi porto a casa cose che spesso non mi servono, cose che mi attirano per la forma, il colore, il prezzo basso, il design e che mi rimbambiscono e mi fanno retrocedere ad un'infanzia frivola e  immotivata!
Ecco cosa ho guardato, amato a prima vista, tenuto in mano per tutto il tragitto e, alla fine, acquistato trionfante e inutilmente, l'ultima volta che ci sono stata! Non è adorabile lo specchio a forma di cuore?
(Inutile dire che la tazza era assolutamente superflua avendone già altre mille, mentre il timer, preso perché piccolo e carino , si è rivelato molto utile per calcolare i minuti di cottura della pasta!)