martedì 26 luglio 2011

I Love Books: 12. Il regno animale


Il primo romanzo del leader dei Baustelle è molto intenso, sporco, cinico e spietato. L'ho letto avidamente in un paio di giorni, con vivo interesse e con somma attrazione per il mondo cupo e dolente dipinto da Bianconi e per il modo particolare, superbo, bastardo con cui lo dipinge.
Davvero bravo e profondo, colto e raffinato come autore, ma d'altronde, ascoltando i testi delle sue canzoni ero fiduciosa e mi aspettavo da lui una spontanea bravura nella scrittura, un'attitudine letteraria innata. Non sono rimasta delusa, tutt'altro!
Stonerà dal vivo, si atteggerà  un po' a poeta bohemian metropolitano, sembrerà pure un damerino snob e stiloso, ma questo ragazzo ha stoffa, talento e grazia letteraria da vendere, ci sa fare con le parole, sa creare emozione, fa provare attrazione e repulsione per ciò che descrive e narra, coinvolge e sconvolge chi legge.
Il regno animale del titolo allude alla folta e variegata disumana umanità che vive la società di oggi, agli slanci animaleschi, volgari, bassi che animano i protagonisti delle vicende narrate, alla perdizione generale e sempre più dilagante del nostro tempo. A fare da sfondo a questo "regno" c'è una città che è la protagonista assoluta e indiscussa del romanzo: Milano. Una Milano ritratta in modo verissimo e atroce, una città sporca, brutta, malsana e nera, la città dove tutto è possibile e dove tutto è difficile, la città della cocaina d'alto borgo e dell'eroina dei tossici nei parchi, la città delle puttane e dei papponi, la città del freddo e delle polveri sottili, la città dell'indifferenza e dell'uomo diventato animale. Descrizioni e storie da far male, atroci, dolorose, luride, il cui comune denominatore è il protagonista Alberto (alter ego di Bianconi), un trentenne toscano aspirante giornalista trasferitosi a Milano in cerca di fortuna. Tutto il romanzo, a parte un paio di capitoli, è narrato dal suo punto di vista ed è straordinariamente facile identificarsi (almeno per quel che mi riguarda) con questo ragazzo di provincia autoscaraventatosi nel delirio cementificato di Milano.
Un romanzo "animalesco", gelido e sconfortante ma scritto col cuore e l'anima, caldo e pulsante come la vita stessa.
La mia grande ammirazione per il Bianconi  baustelliano (che nel libro ci autocita più volte ironicamente!) è stata rinforzata da questo nuovo, bravissimo, Bianconi scrittore.

"La colpa è di Milano! E' colpa di Milano per quasi tutto ciò che decade negli usi, nei costumi e nella cultura in generale italiani degli ultimi trent'anni!" (pag.220).

mercoledì 20 luglio 2011

I Love Books: 11. Dance Dance Dance

Chiedo scusa al mio blog (e ai miei cari followers!) per averlo/vi trascurato ma il caldo afoso mi toglie ogni istinto creativo e comunicativo e ogni voglia di stare davanti allo schermo di un pc infuocato.
Ad ogni modo, ieri sera ho finito di leggere un libro e mi è venuta voglia di condivisione...
Si tratta di Dance Dance Dance di Murakami Haruki (autore per cui ho una sorta di mania in questo periodo!), una lettura piacevole e avvincente, forse un po' cupa e a tratti deprimente, dai toni "invernali" e freddi, ma sicuramente meritevole di esser letta e apprezzata.
Non c'è una vera e propria trama, una storia "concreta" e strutturata facile da sintetizzare; posso dire che il protagonista- un giornalista free lance  poco più che trentenne di cui non sappiamo nemmeno il nome- vive avventure e incontri a metà tra realtà e sogno, tutti incentrati al Dolphin Hotel di Sapporo, un albergo ultramoderno che in passato si chiamava Hotel del Delfino e in cui il giovane aveva alloggiato con una misteriosa donna di nome Kiki, poi scomparsa nel nulla.
Attratto come da un richiamo inspiegabile da parte di quel vecchio albergo che sembra come volergli dire qualcosa, il protagonista indaga, cerca, incontra persone (ed entità) di tutti i tipi, vive situazioni e sensazioni ora reali ora surreali, ora tangibili ora frutto di suggestioni.
Solite storie sospese e lente alla Murakami Haruki, consuete e descrittive suggestioni tipiche del suo stile, stessa profonda e coinvolgente calma di ogni sua opera, stesso senso di rapimento alieno e trasferimento in un altra dimensione ad ogni apertura del libro. Pura magia delle parole!
Il resto tocca a voi scoprirlo...
Io, dal canto mio, ve lo consiglio vivamente questo "folgorante noir giapponese" che, a parte un finale forse un po' troppo sbrigativo e forzatamente accelerato, come una sorta di "sveltina" inappagante, si lascia leggere e sfogliare che è un piacere.
Due cose in particolare mi hanno colpito perché costanti in questo romanzo (e in generale nella letteratura di Murakami Haruki): i riferimenti continui, da vero appassionato, alla musica anni '70-'80 (leggendo mi è venuta voglia di ascoltare e riscoprire i Beach Boys!) che fa da colonna sonora immaginaria alle vicende narrate, e la descrizione metodica, dettagliata, quasi da elenco, dei cibi che mangia, sceglie e cucina il protagonista. Una sorta di viaggio nel gusto e nell'accurata lentezza culinaria giapponese. Davvero invitante e a tratti ipnotizzante!