I Love Books: 110. Chi ti credi di essere?


Se c'è una cosa che Alice Munro sa fare con talento inattaccabile è entrare dentro una donna come una sonda, esplorarne l'interno, rapportarlo all'esterno, analizzarne con verità estrema l'esistenza, l'esperienza nel mondo, la condizione pregnante di creatura femminile, l'evoluzione, l'involuzione, la palingenesi, - se c'è - la storia e la collocazione geografica.
La sua penna è una lente d'ingrandimento, ma anche un'esaltazione del microscopico.
Le esistenze di cui narra sono un insieme completo di grande e piccolo, di determinante e di accessorio; vite qualunque tendenti al triste che nel farsi racconto si caricano di carisma e umanissimo appeal.

Leggere una raccolta di racconti di questa autrice è un'esperienza di incontro ravvicinato con la vita in divenire e Chi ti credi di essere? è la costruzione di questo divenire, ma anche il tirare le somme, è la domanda cruciale alla propria identità e la serie spesso incoerente di risposte possibili nel tempo.

Il fatto che la protagonista sia una donna e che chi scrive sia donna potenzia a livello quasi ormonale la qualità e il contenuto della narrazione. Le scene madri della vita di una donna vengono inventate e descritte da un'altra donna. Lo spettacolo, per una lettrice donna, è garantito, è un triangolo di intesa e comprensione (e io ho scritto donna 5 volte, scusatemi!).

Mi chiedo cosa possa provare un uomo trovandosi di fronte a questo carico di prospettiva femminile così denso, a questa focalizzazione così precisa. Paura? Può darsi. Ma questa è un'altra storia...

Quasi un anno fa leggevo il mio primo libro della Munro, In fuga, e ne uscivo delusa e scettica.

Complice la battaglia campale che ho deciso di intraprendere contro la mia avversione alle short stories, quindi contro me stessa, mi sono messa alla prova e ho rimesso alla prova la canadese premio Nobel. Sentivo che era presto per gli addii dell'incompatibilità.

Infatti stavolta è stato feeling. Squillino le trombe!

La storia di Rose mi ha coinvolto e nonostante la frammentazione della sua vita in dieci racconti sciolti l'uno dall'altro, mi è sembrato di afferrarla e di sentirla questa donna. Da vicino, nella pancia.

Il rapporto con la matrigna Flo, distorsione di un sentimento che non vuole e non sa cedere all'avversione, è il motore da cui si dipanano tutte le avventure di Rose, il suo venir fuori dal guscio della tetra provincia canadese per volare verso le bellezze e le botte della vita, verso amori-non amori, disamori, fugacità, punti fermi, rotture e ritorni.

E così, perfino io che borbotto di fronte allo statuto minimale di un racconto, devo ammettere di aver appreso tanto della protagonista, di aver provato flussi ininterrotti di empatia-simpatia-antipatia nei suoi confronti come nel migliore e più duraturo dei romanzi e di aver saputo molte cose nonostante il non detto fisiologico della brevità. 
I dieci racconti-capitoli della sua vita sono pieni, anche quando sembrano narrare piccolezze.

Ecco, rispetto alla Juliet di In fuga, la cui identità mi sembrò fumosa e inafferrabile, Rose mi si è presentata davanti, in carne, ossa e psiche, col suo bagaglio di vita che mi ha permesso di aprire, che mi ha concesso di frugare (e che mi ha fatto frugare anche dentro me stessa).
L'ho sentita tanto questa donna irrisolta e a tratti mi è sembrato perfino di capirla completamente.

Inutile dire che il trasporto maggiore l'ho provato leggendo i racconti sulle sue grandi esperienze sentimentali: Patrick, il dottorando che la ama troppo e che lei si convince di amare (lo sposerà e ci farà una figlia), e Clifford, l'amante imprevisto e nemmeno ben riuscito.
Sono racconti carichi di Rose, questi, delle sue più intime contraddizioni e della sua gigante INSICUREZZA.

Tutto in Rose è mancanza di autostima celata da lavori che la espongono, è incompletezza, tentativi che non sembrano mai centrare l'obiettivo o perfino assenza di obiettivi. 
Proprio questa informe definizione dell'io mi ha fatto sentire Rose vicinissima. 
Chi non si è mai sentito, almeno una volta, così irrisolto e fragile? Chi è sempre sicuro delle proprie scelte?
Altre forme di vita robotica probabilmente.

Lo stile della Munro è come sempre lineare, pulitissimo e scorrevole, totalmente privo di manierismi, ma i racconti fanno respirare un senso complessivo di fallimento e solitudine, di desolazione ambientale e sociale che non sempre è facile sostenere.
La negatività è dominante, ma la verità è così forte da illuminare il lettore.

"Maestra del racconto breve contemporaneo", così venne definita Alice Munro nel 2103 mentre vinceva il Premio Nobel per la letteratura.

Chi ti credi di essere? è una prova chiara di questa maestria ed è una domanda che fa sentir vivi e che continua a farsi viva.

N.B.: Mai arrendersi alla prima delusione con un autore nuovo. Il secondo appuntamento è necessario. Ed è spesso quello dell'Amore (o almeno dell'intesa!).

Commenti

  1. Sono contenta che questo libro ti abbia riappacificato con la Munro, è il primo e ancora unico che ho letto dell'autrice, e mi ha totalmente conquistata. Ho amato e odiato Rose, ma quando la odiavo era a causa dei difetti che riconoscevo anche in me stessa. La capacità della Munro di comprendere e descrivere l'animo femminile mi ha davvero spiazzata, e mi è bastata questa raccolta per decidere di leggere tutte le altre. In attesa, c'è Le lune di Giove.

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    1. Sono contenta anch'io e hai ragione quando dici che la capacità della Munro di descrivere l'animo femminile è spiazzante.
      Leggerò sicuramente anch'io qualcos'altro di suo, probabilmente Nemico, amico, amante prima degli altri.

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  2. Un incentivo in più per misurarsi con questa scrittrice che aveva deluso anche me.

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    1. Con quale ti aveva deluso? Nel mio caso con In fuga.
      Riprova con questo e magari la rivaluti completamente come ho fatto io!

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  3. Molto interessante, me lo segno per le feste imminenti. Grazi!

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