mercoledì 23 dicembre 2015

Il mio parere su Irrational Man


Woody Allen è tornato e quest'anno (a differenza dello scorso anno) è stato un regalo di Natale deluxe: cinico, beffardo, tragicomico come piace a me.
Allen che cita Allen e che ritorna ancora sulle ossessioni-paure-visioni di Allen (e del genere umano tutto) senza per questo tediare lo spettatore alleniano e il non-alleniano.

L'adesione costante ad una weltanschauung - mi perdoneranno i critici stanchi e brontoloni - , non vuol dire sterilità creativa, ma tutt'al più bagaglio di ispirazioni solide e cerchi mai chiusi perché è umanamente impossibile chiudere certe circolarità, soprattutto quelle che transitano intorno al binomio vita-morte.
Se volete che Allen vi stupisca con qualcosa di nuovissimo e mai detto non volete davvero un film di Allen.
L'originale Allen non è originale rispetto a se stesso e alla sua poetica e, per quel che mi riguarda, è un bene enorme.

Ma veniamo a noi che il film l'abbiamo amato e non solo per fedeltà cieca e acritica al regista.

Irrational Man mi è piaciuto tanto perché ha una carica letteraria da romanzo russo che non dà tregua e che unisce la riflessione sofisticata al puro godimento narrativo.
Fa riflettere e poi avvince, filosofeggia, si dà al pensiero e allo stesso tempo narra.
Il tocco lieve del maestro newyorkese stempera la densità tipica delle opere di Dostoevskij e la tinge di sottile ironia ed è una cosa straordinaria sorridere della negatività e trovarla irresistibile, sentirsi un po' Sartre un po' Allen, rispetto al film e alla propria irrisolta esistenza.

Abe Lucas (Joaquin Phoenix), il professore universitario di Filosofia appena giunto in un ateneo di provincia, è un potente dispensatore di carisma e fascino letale, uno di quegli individui tormentati e afflitti dall'inanità ragionata dell'esistenza, dalla nausea sartriana, che portano insieme al vento del loro nichilismo sconvolgimenti e capitolazioni di vario genere.

Jill (Emma Stone), una giovane discepola che perde il senno per questo coltissimo e seducente disadattato con simpatie alcolemiche e con razionalissimi piani segreti di irrazionalità.

Le conseguenze di questa frequentazione ad alta tensione e le derive teoriche, e poi pratiche, di un soggetto del genere rendono la pellicola altamente velenosa e brillante.


Sentimento, eleganza intellettuale, giallo, ritmati bene e orientati verso un climax grottesco che ho amato.

La "banalità del male" abbinata ai gesti tragicamente totali delle creature dostoevskijane, roulette russe e fatalità, sconvolgimenti causati dalla passione e passioni improvvise per credo insensati e giustizie personali.
Su tutto il dominio sardonico del Caso (e della consueta ironia alleniana).

Io i romanzi russi li spalmerei pure sul pane, perché sono nutrienti e necessari all'inquadramento corretto e non passivo della vita; Allen li celebra e li cita, li mescola ad altre visioni e ne fa cinema squisito.

Il contrasto tra la depressione iniziale di Abe e la modalità insolita in cui si trasforma in vitalismo e ritorno al piacere è fonte di grande divertimento interiore per lo spettatore, è uno spettacolo di lucido trionfo della follia, di applicazione di teoremi inammissibili e di distruzione felicissima di ristrettezze morali.

Irrational Man è un Match Point in versione esistenzialista, un Basta che funzioni con in più la follia omicida, un Allen sartriano e dostoevskijano sulla scia di se stesso, classico ma sempre vivace.

Joaquin Phoenix non ha dovuto sforzarsi tanto per entrare nei panni eccentrici dell'irrational man Abe Lucas: il suo sguardo duro, la sua indipendenza estetica e la sua aria sfatta con stile è perfetta per il suo personaggio alienato.
Un personaggio dalla psiche e dalla fantasia autoanalitica indimenticabile.

Così come trovo sempre deliziosa la musa del momento Emma Stone, un trionfo di pelle diafana e di occhi enormi da manga, comica al punto giusto per lo stile di Allen e perfetta nelle atmosfere semiserie.


Se come me fate parte della schiera dei grandi empatici con l'Allen-pensiero, troverete Irrational Man un film amabile, intelligente, vispo, che si interroga sui massimi sistemi con un sistema umoristico nero e raffinato e che interroga lo spettatore sui paradossi dell'esistenza mettendo in scena il paradosso e dotandolo di grande fascino.

mercoledì 16 dicembre 2015

Il mio parere su Love & Mercy


Quando ascolto i Beach Boys mi si profilano davanti agli occhi distese sfacciate di luce estiva, zone mentali di completa leggiadria, di estati senza fine, di dolce vita, turbinii di colori vitaminici, di finestrini aperti dentro automobili in corsa verso i litorali d'agosto e across the USA.
Una serie di fantasie positive e festaiole.

L'album Pet Sounds è da sempre una delle mie forme preferite di svago sonoro, la mia unica possibilità di ritrovare il sorriso in una giornata votata al peggio.
Un suono di campanellino che distende i nervi e li irradia di sole.

I Beach Boys tirano su il morale e invitano a feste californiane sulla spiaggia da generazioni ed è una pena, una prova difficile, rendersi conto seriamente di quanto il loro leader fosse impaurito dal mondo, sofferente e tormentato da squilibri psichici.

Sapevo, senza aver mai approfondito, dei problemi di Wilson, ma Love and Mercy (di Bill Pohlad, 2014) mi ha mostrato da vicino la verità paradossale di una vicenda biografica sorprendente e, a sorpresa, triste.
Mi sono sentita triste durante la visione, come quando gli idilli si svestono e iniziano a sfaldarsi.

Se si pensa che solo uno dei cinque Beach Boys sapeva nuotare e fare surf, allora la costruzione mentale diventa un po' più facile da demolire e l'immagine brillante di questi ragazzi splendenti si fa più nuvolosa.

Dietro la creatività, l'esplorazione, la sperimentazione musicale, dietro la celebrazione di un giovanilismo da spiaggia senza fine, c'era Brian Wilson con le sue nevrosi e le sue alienazioni ben poco californiane.


Love & Mercy non è un film sulla storia dei Beach Boys, ma un film sul dolore tormentato dell'atto creativo, estasi e martirio di una creatura fragile, sulle zone d'ombra e di buio dell'anima di una band dalle tinte vivaci, sulle ferite d'infanzia che deformano dentro.
La storia una sensibilità poco capita e costretta dentro stereotipi e tripudi di vitalissima West Coast.

Ma è anche un film sull'amore e sulla sua ostinazione, sulla sua miracolosa capacità di salvare e rinnovare, proprio quando la rovina prospera e avanza.


Personalmente ho preferito il Brian Wilson anni '60 di Paul Dano al Brian Wilson anni '80 di John Cusack.
Il primo recita nella giusta prospettiva e interpreta le perdite di controllo del musicista senza perdere mai il controllo della performance, il secondo mi è parso invece una caricatura, una versione Forrest Gump di Wilson.
C'è da dire che in quegli anni Wilson era imbottito di psicofarmaci e ridotto ad un gonfio burattino nelle mani non convenzionali dello psicoterapeuta Eugene Landy (Paul Giamatti), ma John Cusack esagera un po'.

Love & Mercy non è un film piacevole, non trasmette le good vibrations cantate da Wilson.
L'ho trovato spesso disturbante e simbolico, un po' sfrangiato e poco compatto, come allacciato male.
Non ha il ritmo inevitabile delle migliori canzoni dei Beach Boys insomma.

Tuttavia mi sono emozionata nelle scene della creazione di quei pezzi biblici che ascolto da una vita, quando Wilson riunisce strumentisti di ogni tipo, persino i suoi cani, e forgia come un Vulcano fremente nella sua officina musica perfetta e doni di felicità acustica all'umanità.

L'amore per i Beach Boys viene celebrato dal regista in questi momenti e nonostante il senso di malattia e di perdita su cui è focalizzata la pellicola, la sensazione finale è quella di un ritorno alla vita.

Parte Wouldn't it be nice e ti tiri su perché sonorità di questo tipo pretendono il ritorno della leggerezza e rendono la musica qualcosa di simile alla speranza, un'assolata California per l'anima.


mercoledì 9 dicembre 2015

I Love Books: 110. Chi ti credi di essere?


Se c'è una cosa che Alice Munro sa fare con talento inattaccabile è entrare dentro una donna come una sonda, esplorarne l'interno, rapportarlo all'esterno, analizzarne con verità estrema l'esistenza, l'esperienza nel mondo, la condizione pregnante di creatura femminile, l'evoluzione, l'involuzione, la palingenesi, - se c'è - la storia e la collocazione geografica.
La sua penna è una lente d'ingrandimento, ma anche un'esaltazione del microscopico.
Le esistenze di cui narra sono un insieme completo di grande e piccolo, di determinante e di accessorio; vite qualunque tendenti al triste che nel farsi racconto si caricano di carisma e umanissimo appeal.

Leggere una raccolta di racconti di questa autrice è un'esperienza di incontro ravvicinato con la vita in divenire e Chi ti credi di essere? è la costruzione di questo divenire, ma anche il tirare le somme, è la domanda cruciale alla propria identità e la serie spesso incoerente di risposte possibili nel tempo.

Il fatto che la protagonista sia una donna e che chi scrive sia donna potenzia a livello quasi ormonale la qualità e il contenuto della narrazione. Le scene madri della vita di una donna vengono inventate e descritte da un'altra donna. Lo spettacolo, per una lettrice donna, è garantito, è un triangolo di intesa e comprensione (e io ho scritto donna 5 volte, scusatemi!).

Mi chiedo cosa possa provare un uomo trovandosi di fronte a questo carico di prospettiva femminile così denso, a questa focalizzazione così precisa. Paura? Può darsi. Ma questa è un'altra storia...

Quasi un anno fa leggevo il mio primo libro della Munro, In fuga, e ne uscivo delusa e scettica.

Complice la battaglia campale che ho deciso di intraprendere contro la mia avversione alle short stories, quindi contro me stessa, mi sono messa alla prova e ho rimesso alla prova la canadese premio Nobel. Sentivo che era presto per gli addii dell'incompatibilità.

Infatti stavolta è stato feeling. Squillino le trombe!

La storia di Rose mi ha coinvolto e nonostante la frammentazione della sua vita in dieci racconti sciolti l'uno dall'altro, mi è sembrato di afferrarla e di sentirla questa donna. Da vicino, nella pancia.

Il rapporto con la matrigna Flo, distorsione di un sentimento che non vuole e non sa cedere all'avversione, è il motore da cui si dipanano tutte le avventure di Rose, il suo venir fuori dal guscio della tetra provincia canadese per volare verso le bellezze e le botte della vita, verso amori-non amori, disamori, fugacità, punti fermi, rotture e ritorni.

E così, perfino io che borbotto di fronte allo statuto minimale di un racconto, devo ammettere di aver appreso tanto della protagonista, di aver provato flussi ininterrotti di empatia-simpatia-antipatia nei suoi confronti come nel migliore e più duraturo dei romanzi e di aver saputo molte cose nonostante il non detto fisiologico della brevità. 
I dieci racconti-capitoli della sua vita sono pieni, anche quando sembrano narrare piccolezze.

Ecco, rispetto alla Juliet di In fuga, la cui identità mi sembrò fumosa e inafferrabile, Rose mi si è presentata davanti, in carne, ossa e psiche, col suo bagaglio di vita che mi ha permesso di aprire, che mi ha concesso di frugare (e che mi ha fatto frugare anche dentro me stessa).
L'ho sentita tanto questa donna irrisolta e a tratti mi è sembrato perfino di capirla completamente.

Inutile dire che il trasporto maggiore l'ho provato leggendo i racconti sulle sue grandi esperienze sentimentali: Patrick, il dottorando che la ama troppo e che lei si convince di amare (lo sposerà e ci farà una figlia), e Clifford, l'amante imprevisto e nemmeno ben riuscito.
Sono racconti carichi di Rose, questi, delle sue più intime contraddizioni e della sua gigante INSICUREZZA.

Tutto in Rose è mancanza di autostima celata da lavori che la espongono, è incompletezza, tentativi che non sembrano mai centrare l'obiettivo o perfino assenza di obiettivi. 
Proprio questa informe definizione dell'io mi ha fatto sentire Rose vicinissima. 
Chi non si è mai sentito, almeno una volta, così irrisolto e fragile? Chi è sempre sicuro delle proprie scelte?
Altre forme di vita robotica probabilmente.

Lo stile della Munro è come sempre lineare, pulitissimo e scorrevole, totalmente privo di manierismi, ma i racconti fanno respirare un senso complessivo di fallimento e solitudine, di desolazione ambientale e sociale che non sempre è facile sostenere.
La negatività è dominante, ma la verità è così forte da illuminare il lettore.

"Maestra del racconto breve contemporaneo", così venne definita Alice Munro nel 2103 mentre vinceva il Premio Nobel per la letteratura.

Chi ti credi di essere? è una prova chiara di questa maestria ed è una domanda che fa sentir vivi e che continua a farsi viva.

N.B.: Mai arrendersi alla prima delusione con un autore nuovo. Il secondo appuntamento è necessario. Ed è spesso quello dell'Amore (o almeno dell'intesa!).

mercoledì 2 dicembre 2015

I Love Books: 109. Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto



Con Virginia Woolf ho un rapporto anomalo: ne ammiro la capacità creativa e critica, il carisma letterario, l'attivismo, la pienezza drammatica e iconica della sua esistenza, eppure non posso dire di amare le sue opere.

Mi sono arenata più volte con La signora Dalloway, annaspando, borbottando, sbadigliando.
Ho finito di leggere Orlando, ma senza alcun tipo di piacere e quasi con fastidio psicosomatico.
Ho sfiorato e poi evitato tutto il resto della sua produzione come si sfiorano e si evitano Proust e Joyce, per paura di ammettere che la noia che si prova è solo insensibilità e miseria intellettuale.

Non mi sento predisposta alla narrazione woolfiana e alla sua dilatazione ondivaga e sperimentale, così poco romanzesca, così spesso orientata all'esercizio di stile, ad un'innovazione "antinaturalistica" a tratti dimentica del lettore.

Oh no! Non sono una scrittrice di romanzi. Ho sempre voluto chiamare i miei libri in modo diverso.

Ipse dixit, non a caso.

Eppure i saggi della Woolf e i suoi interventi teorici mi conquistano sempre, la sua visione delle cose e il modo brillante in cui la esprime suscitano il mio più completo entusiasmo.
Pendo dalle sue labbra, mi ritrovo a chiamarla Virginia come stessi parlando di una confidente, di un'amica molto colta e indipendente fonte di perfetta empatia.

Sarà per questo motivo che, pur non essendo una woolfiana integralista e avendo anzi tendenze antiwoolfiane, ho amato molto questo libro, che è una raccolta molto ben strutturata di scritti di Virginia sulla scrittura e la lettura, per lo più stralci di lettere ad amici e conoscenti.

Quella che viene fuori da queste lettere disimpegnate e domestiche è una Virginia ironica, tagliente, elevata e tormentata dalle chiamati urgenti del suo genio creativo, ma che non perde mai il senso della misura, una donna spesso in lotta con il duro lavoro di scrittrice, con la sua vocazione che sembra avversione:
Mi sembra tutto enormemente aleatorio e ingannevole - tante vuote asseverazioni e tranelli della parola - eppure è questa l'arte a cui consacriamo le nostre vite.
A volte perfino scettica verso questa ostinazione fagocitante:
Perché mai si ha la pretesa di essere scrittori? Perché non raccogliamo tutte le nostre carte sparpagliate e le mettiamo via...direi che sarebbe saggio. 
Una Virginia autoironica, allegramente modesta e adorabilmente insicura, in grado di distaccarsi dal suo ruolo e di osservarlo da un punto di vista lieve, senza pose da artista disperata e seriosa vanità:
 Ti assicuro che tutti i miei romanzi erano di prim'ordine prima che li scrivessi.

Sono attonita di fronte alla stranezza della psicologia dello scrittore.

Le metafore che usa la Woolf per esprimere quello che prova sono tante e bellissime, sono sfide alla monotonia del linguaggio, sono giochi di prestigio semantici, come quando definisce le idee "un vorticare di girini e pipistrelli", o una sua opera: "un serpente che è stato schiacciato per metà da una macchina, ma continua a risollevare la testa".
Sono una grande sostenitrice della metafora e della sua portata vasta e qui ne ho trovate e appuntate davvero tante.

E poi le critiche a Joyce, al suo Ulisse "al quale mi sono legata come un martire al palo, e ringrazio Dio di averlo finito. Il mio martirio è terminato".
Giubilo e sensi di colpa sopiti dopo questa stilettata!

L'ammirazione per Jane Austen, per la sua crudezza: "...la gente che ne parla come di una zitella tutte smorfie e smancerie mi irrita sempre".
Gente che di solito non l'ha mai letta, aggiungo io.

Tutta una serie di raffinati pensieri sui libri, siano essi scritti o letti, da scrivere o da leggere, una grande ricchezza di idee, considerazioni, dichiarazioni (io ho sottolineato più o meno tutto il libro) che creano un filo diretto e vivace tra la mente e l'ambiente di Virginia e la curiosità del lettore.

Di fronte alla diatriba che io stessa alimento sulla migliore versione di Virginia Woolf, lei avrebbe fatto del sarcasmo:
Sono così angosciata da tutti quei signori che mi dicono che sono una critica nata e non una scrittrice, e da tutti quei giovani che mi dicono che sono una scrittrice nata e non una critica. Tuttavia, questa volta stiamo facendo un po' di soldi, ed è proprio divertente.
Anche leggere questo libro (edito dalla preziosa Minimum Fax e curato da Federico Sabatini) è divertente, un atto rapido, liberatorio, facile, ideale per chi come me teme la Woolf creatrice di opere somme e impegnative, ma si sente attratto dal suo carisma e vuole spiarla un po' mentre crea, distrugge, pensa, legge.

Scordatevi la malattia mentale, i sassi e il fiume: quella che ci parla dalle pagine di questa raccolta è una donna vivacissima e splendente (anche nelle crisi), una scrittrice metodica nel suo lavoro, ma orientata anche all'esterno, al fluire della vita fuori dal perimetro creativo del suo studio, a spegnere le luci artificiali, anche quelle della creazione artistica, e a guardare il mondo, osservare una mucca che si lecca l'orecchio, di tanto in tanto.