I Love Books: 115. L'amore in un clima freddo


Di tanto in tanto mi piace immergermi in quel tipo di letteratura femminile british e vintage che non nasconde la sua leggerezza, la sua frivolezza, ma ne fa tratto distintivo di grande acume e stile, furbizia letteraria autoconsapevole e felicemente disimpegnata.

Per scrivere di riti sociali mondani, debutti londinesi, inviti a balli e cene di fondamentale importanza, dinamiche di pura irresistibile superficie, abbelliti da trine, merletti e qualche gustosissimo scandalo, occorre molta abilità, parecchia autoironia, brillantezza e disincanto.
Quella verve comica sottile che solo gli inglesi hanno, soprattutto se fanno parte di quella stessa alta società che descrivono e deridono.

E occorre avere uno stile che renda la lettura un gradevole invito a nozze (letteralmente), una possibilità di spionaggio esclusivo di situazioni nobiliari affette da crisi di nervi e vittime di cadute di stile e innamoramenti inappropriati seguiti da appropriati sollevamenti.

Tempo fa ho letto e amato Gli anni della leggerezza - La saga dei Cazalet e devo dire che Nancy Mitford mi ha ricordato un po' Elizabeth Jane Howard.

Tuttavia c'è nella Mitford una monelleria che la Howard, più seriosa e formale, non ha, c'è una tendenza alla derisione implicita, alla stilettata scaltra che rende L'amore in un clima freddo (Love in a Cold Climate, 1949) un piccolo manuale di costruzione e decostruzione della bella società inglese fra le due guerre e delle sue abitudini sentimentali.
Un elegantissimo e graffiante sguardo ravvicinato, talmente vicino da deformare e offrire al lettore una caricatura.

C'è da divertirsi, all'inglese s'intende (non aspettatevi comicità dichiarata, ma solo sarcasmo!).

Il clima freddo del titolo è l'Inghilterra of course, ma la temperatura interna al libro è piuttosto calda e orientata a scalfire ogni forma di rigore.

C'è il rito, c'è la facciata e c'è il retro di tutto ciò, la parte più grottesca di una famiglia nobilissima, i Montdore, con le loro alterne vicende.

Il racconto di Fanny, voce narrante solidale più con il lettore  che con i parenti di cui racconta, ci consente di assistere in prima fila alle mosse della zia Lady Montdore e della cugina Polly, creatura dalla bellezza prodigiosa e dall'innamoramento difficile, e di godere della loro disfunzionalità, di tutto quell'insieme di crepe abilmente celate che fanno presagire crolli e strategie riparatrici.

E poi c'è l'amore, centralissimo e piuttosto malmesso in questa vicenda, sotterfugio, arma da usare per colpire madri prepotenti, via di fuga che può farsi trappola, come quello di Polly per lo zio Boy Dougdale, ripicca esaltante che la condurrà ad una sorta di "esilio" in Sicilia (per un'inglese nulla di più cromaticamente e climaticamente traumatico!) e ad una tipo di vita ben poco blasonata.

Insomma, se amate questo genere di storie intrise di upper class e di sguardo satirico (mi viene in mente anche Dorothy Parker), trascorrerete ore liete e totalmente distensive in compagnia di un mondo così fatuo e fanatico, specialmente in ambito sentimentale, da risultare condanna più che privilegio.

Nancy Mitford, insider e outsider insieme, così sottilmente dissacrante, sarà un'accompagnatrice d'eccezione.
« [...] No, ma la cosa che davvero mi incuriosisce sul debutto in Inghilterra è l'amore. Tutti hanno storie d'amore? È l'unico argomento di conversazione?». Fui costretta ad ammettere che era così. «Oh, accidenti. Ero sicura che lo avresti detto... Succedeva anche in India, naturalmente, ma credevo che magari in un clima freddo... Ad ogni modo non dire niente alla mamma, se te lo chiede. Fa' finta che le debuttanti inglesi siano indifferenti all'amore [...] ».

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