mercoledì 23 marzo 2016

I Love Books: 116. Gli amori difficili

Leggerezza, ariosità, sensazioni talvolta attraversate da un'inquietudine, una solitudine, un velo di mal di vivere che non disdegna però l'abbraccio di una dolceamara ironia.
La tristezza "calvinizzata", ossia coperta da uno sguardo ironico, persa nel confine tra serio e faceto, tra difficoltà e facilità.

Non sono perfetti come altri suoi scritti aurei (tipo questi), non hanno sempre il mordente che ci si aspetta da uno come Calvino, sono spesso sfuggenti, ma sono scritti così bene, con una celebrazione così spontanea e avvolgente della lingua italiana, da dare piacere al lettore al di là del contenuto della narrazione.

Amare lo stile di Calvino è un modo di amare ogni sua opera, ogni sua espressione creativa così peculiare, e anche di fronte ai racconti che mi sono parsi più evanescenti, ho provato qualcosa di simile a quello che prova l'esteta di fronte ad una manifestazione di Bellezza o il sapiente di fronte al Genio.

Racconti scritti con grazia divina e questo basta a farti innamorare della penna di Calvino, anche di quella lievemente indebolita da intrecci non proprio trascinanti, da idee un po' meno brillanti.

Gli amori difficili (settore dell'ampio volume Racconti apparso nel 1958) rivela la sua essenza nel titolo e mostra come in un campionario di tipi sentimentali vari, - alcuni riconoscibilissimi altri più improbabili, ma ad ogni modo umanissimi -  situazioni in cui l'amore incontra ostacoli, freni, distrazioni o deviazioni che complicano le cose. Per lo più inezie che finiscono col condizionare l'amore o l'idea di amore di ogni singola novella.

In ogni racconto un'avventura semiseria che pur nella sua natura grottesca consente l'autoironica identificazione, l'empatia solidale.

Condizioni esistenziali molto spesso desolate, intristite dalla mancanza o dall'assenza, impostate sulla più comune mediocrità, quella della routine e del goffo tentativo di spezzarla, ammantate di moderna incapacità comunicativa, ma sempre venate di humour, messe dall'autore in una prospettiva tenera, che fa sorridere anche quando il senso di solitudine domina.

Nella prima parte, "Gli amori difficili", assistiamo, in ordine, all'avventura di: un soldato, un bandito, una bagnante, un impiegato, un fotografo, un viaggiatore, un lettore, un miope, una moglie, due sposi, un poeta, uno sciatore, un automobilista.

Della seconda parte, "La vita difficile", fanno parte i due racconti lunghi La formica argentina e La nuvola di smog.

I migliori per me sono:
L'avventura di una bagnante, piccola perla di buffa suspense e di condivisibile imbarazzo, in cui la perdita dello slip del costume da bagno diventa più terrificante e paralizzante di uno squalo in agguato.
Ed era un vero incombere di lacrime, che le premeva gli angoli degli occhi, e forse quell'accenno istintivo del capo era proprio per asciugare nel mare queste lacrime: ecco com'era sconvolta, ecco quale divario c'era in lei tra ragionamento e sentimento. Non era calma, dunque: era disperata.
L'avventura di un fotografo, modernissimo e sarcastico nel suo rendere l'ossessione della cattura fotografica a tutti i costi e in tutti i momenti di vita, anche quella intima, come malattia dell'immortalare, come automatismo strettamente connesso al proprio stato civile e affettivo.
Nella smania dei genitori novelli d'inquadrare la prole nel mirino per ridurla all'immobilità del bianco-e-nero o della diapositiva-fotocolor, il non-fotografo e non-procreatore Antonino vedeva soprattutto una fase della corsa verso la follia che covava i quel nero strumento. ma le sue riflessioni sul nesso iconoteca-famiglia-follia erano sbrigative e reticenti: altrimenti avrebbe compreso che in realtà chi correva il pericolo maggiore era lui, lo scapolo.
L'avventura di un lettore, in cui l'amore per la lettura diventa priorità ridicola e preferenza alla vita reale assolutamente condivisibile.
Da tempo Amedeo tendeva a ridurre al minimo la sua partecipazione alla vita attiva. Non che egli non amasse l'azione, anzi dell'amore per l'azione erano nutriti tutto il suo carattere e i suoi gusti; eppure, d'anno in anno, la smania d'essere lui a fare scemava, scemava, tanto che veniva da chiedersi se mai egli questa smania avesse avuto. [...] Oltre la superficie della pagina s'entrava in un mondo in cui la vita era più vita che di qua, da questa parte: come la superficie del mare che ci divide da quel mondo azzurro e verde, crepacci a perdita d'occhio, distese di fine sabba ondulata, esseri mezzo animale e mezzo painta.
L'avventura di un miope, i cui gli occhiali hanno il potere di aprire scenari, persino di felicità o infelicità, e di plasmare l'identità, mutare i rapporti. Per una miope storica come me un trionfo di tragicomica verità.
Con gli occhiali vedeva una infinità di particolari insignificanti, per esempio una certa finestra, una certa ringhiera, ossia aveva la coscienza di vederli, di sceglierli in mezzo a tutto il resto, mentre una volta li vedeva e basta.
L'avventura di un poeta, che come preannuncia il suo titolo, possiede una carica lirica e descrittiva sublime, e riesce a esprimere poeticamente l'inesprimibile emozione del protagonista, il suo mutismo di fronte alla perfezione di un momento.
Usnelli, sul canotto, era tutt'occhi. Capiva che quel che ora la vita dava a lui era qualcosa che non a tutti è dato di fissare a occhi aperti, come il cuore più abbagliante del sole. E nel cuore di questo sole era silenzio. Tutto quello che era lì in quel momento non poteva essere tradotto in nient'altro, forse nemmeno in un ricordo.
Ho trovato interessante e inquietante La formica argentina, anche quando si fa ossessivo e monotono come l'andirivieni di una schiera di formiche, anche quando assomiglia ad un delirio onirico insetticida.

Infine La nuvola di smog, ha un alone romantico e fuligginoso, un sentore post( o pre?) apocalittico molto suggestivo.
L'amavo, insomma. Ed ero infelice. Ma come lei avrebbe mai potuto capire questa mia infelicità? Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere.
Tanta bellezza sparsa insomma e la possibilità di vedersi dentro piccole parabole d'amore (o presunto tale) che hanno tutte, alcune più altre meno, un'umanità commovente, un'universalità confortante e quella riconoscibile magia stilistica di Italo Calvino.

venerdì 18 marzo 2016

Il mio parere su The Hateful Eight


Le mie aspettative su questo film transitavano tutte nell'area piuttosto arresa del "tanto ho letto e sentito dire che fa addormentare" et similia.

L'idea che mi ero fatta di questo ultimo film di Quentin Tarantino era quella di un sonnifero.

Quale somma sorpresa nel verificare, durante e dopo la visione - avvenuta senza alcun pronosticato rapimento da parte di Morfeo - che The Hateful Eight non solo mi è piaciuto, ma mi ha anche gratificato, mi ha aperto quel varco accogliente del coinvolgimento a più livelli che, a detta dei più, avrei dovuto aspettarmi chiuso.


Non posso tirare in ballo il termine esaltazione, questo no, ma soddisfazione sì, godimento narrativo pure, stile idem.

Quasi tre ore di narrazione a ritmo crescente raccolta dentro un rifugio dal blizzard esterno, l'emporio di Minnie, che è in realtà luogo pericolosissimo, teatro di smascheramenti, di menzogne e di verità sanguinolente, di identità vere o presunte, di odio prima strisciante poi esplosivo.

La storia americana e la guerra civile come argomento ancora scottante e aperto per i personaggi del film (e per Tarantino), qualche scontro ideologico e personalissime dichiarazioni d'indipendenza, questione Nord-Sud/bianchi-neri discussa con la veemenza di un'esperienza recente, perorazione più o meno dialettica di cause, e poi, dopo questo temporeggiare di tipo politico e di tipo teatrale, dopo questo argomentare e dibattere a diversi livelli, il mutarsi del film in qualcosa di simile ad un giallo alla Agatha Christie, con tanto di ipotesi di colpevolezza ragionate e verificate.

Un Cluedo western intrigante e imprevedibile.

Ecco che The Hateful Eight dopo aver preferito la strada della bassa tensione e del low profile, si accende di colpo, sveste i suoi panni teatrali e dialogici e si fa avventura delittuosa, pulp movie, dichiarazione tarantiniana classica di ultraviolenza e di beffardo voyeurismo su tale carneficina.


Ci vuole una pazienza di tipo letterario per apprezzare questo film: la sua lentezza dialettica, la sua calma esplicativa, il suo posticipare il più possibile il climax, possono far sbuffare chi predilige più l'azione cinematografica (in special modo quella tarantiniana) alla meditazione letteraria, al flusso verbale.

Forse perché non sono una fanatica di Tarantino, ma un'ammiratrice moderata, ho trovato il film godibile e perfettamente in grado di intrattenere e incuriosire. O forse perché avevo aspettative simili ad una tazza di camomilla.
Condizionamenti personali e mediatici a parte, ritengo che The Hateful Eight sia, oggettivamente, un'opera molto valida e interessante.

Sì, c'è una prima parte lenta come una diligenza ottocentesca sotto la neve sferzante del Wyoming, la stessa in cui si fanno presentazioni ed elucubrazioni rallentate, e sì, c'è una dilatazione narrativa ampia e spesso sfibrante, ma NO, il film non è affatto noioso né soporifero come si dichiarava in massa.

Solo un Tarantino più calmo (almeno fino ad un certo punto), più verboso e meno scalpitante, più orientato alla riflessione e meno alla furoreggiante prestazione splatter.
Prendere o lasciare.

Io, che presagivo tedio cosmico, non sono mai stata più sveglia e guardinga.

Gli otto sotto un tetto costretti ad una convivenza forzata a dispetto delle loro diversità e ad un processo ad personam dentro un microcosmo dal concetto di Legge molto particolare, ingannano e intrigano lo spettatore, come farebbero personaggi di un buon romanzo giallo.

Mi hanno incuriosito tutti, li ho ritenuti tutti odiosi e minacciosi in maniera ipnotica.
Otto tipacci da tenere sott'occhio, otto iene in gabbia che si annusano e si preparano all'assalto reciproco.

Ho ovviamente dato un primo posto nella parte spietata del mio cuore al maggiore Marquis Warren interpretato da Samuel L. Jackson, creatura tarantiniana all'ennesima potenza, vettore di picchi di violenza fisica e soprattutto verbale, apostrofato continuamente come "nigger" e in grado di offrire la sua performance di vendetta, anche storica e ideologica, con calma e spietata capacità di argomentazione (la descrizione della fellatio è pura ferocia!).


Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), donna che delle eroine a cui Tarantino ci ha abituato ha ben poco, mi ha divertito tanto per quel suo essere così volgare e beffarda, così astuta e oscena.
Le scene cruciali del film la riguardano sempre.


Tutti gli altri - un cacciatore di taglie, uno sceriffo, un boia, un cowboy, un veterano della guerra di secessione e un messicano - con le loro più o meno credibili identità, sono la perfetta manifestazione del concetto di detestabile (hateful appunto) e hanno tante cose in serbo per lo spettatore (più paziente).

La colonna sonora di Ennio Morricone, incantevole e ipnotica, è la consueta marcia in più allo stile di Tarantino e in questo film, così rallentato, va a riempire spesso i vuoti d'azione.

In conclusione,per me The Hateful Eight è un film: con il concetto di talento e di performance moltiplicato per 8, con una grande vocazione da pièce teatrale, con qualche necessità di riduzione della sua durata qua e là, con molta ideologia e storia americana, con un fascino da romanzo giallo e con dosi di Tarantino meno concentrate.

Per me va benissimo così.

Pensavo di trovarmi davanti un detestabile film da 6 o giù di lì, e invece, e non solo per fare una stolta citazione del titolo, è un film da 8.

lunedì 14 marzo 2016

I Love Books: 115. L'amore in un clima freddo


Di tanto in tanto mi piace immergermi in quel tipo di letteratura femminile british e vintage che non nasconde la sua leggerezza, la sua frivolezza, ma ne fa tratto distintivo di grande acume e stile, furbizia letteraria autoconsapevole e felicemente disimpegnata.

Per scrivere di riti sociali mondani, debutti londinesi, inviti a balli e cene di fondamentale importanza, dinamiche di pura irresistibile superficie, abbelliti da trine, merletti e qualche gustosissimo scandalo, occorre molta abilità, parecchia autoironia, brillantezza e disincanto.
Quella verve comica sottile che solo gli inglesi hanno, soprattutto se fanno parte di quella stessa alta società che descrivono e deridono.

E occorre avere uno stile che renda la lettura un gradevole invito a nozze (letteralmente), una possibilità di spionaggio esclusivo di situazioni nobiliari affette da crisi di nervi e vittime di cadute di stile e innamoramenti inappropriati seguiti da appropriati sollevamenti.

Tempo fa ho letto e amato Gli anni della leggerezza - La saga dei Cazalet e devo dire che Nancy Mitford mi ha ricordato un po' Elizabeth Jane Howard.

Tuttavia c'è nella Mitford una monelleria che la Howard, più seriosa e formale, non ha, c'è una tendenza alla derisione implicita, alla stilettata scaltra che rende L'amore in un clima freddo (Love in a Cold Climate, 1949) un piccolo manuale di costruzione e decostruzione della bella società inglese fra le due guerre e delle sue abitudini sentimentali.
Un elegantissimo e graffiante sguardo ravvicinato, talmente vicino da deformare e offrire al lettore una caricatura.

C'è da divertirsi, all'inglese s'intende (non aspettatevi comicità dichiarata, ma solo sarcasmo!).

Il clima freddo del titolo è l'Inghilterra of course, ma la temperatura interna al libro è piuttosto calda e orientata a scalfire ogni forma di rigore.

C'è il rito, c'è la facciata e c'è il retro di tutto ciò, la parte più grottesca di una famiglia nobilissima, i Montdore, con le loro alterne vicende.

Il racconto di Fanny, voce narrante solidale più con il lettore  che con i parenti di cui racconta, ci consente di assistere in prima fila alle mosse della zia Lady Montdore e della cugina Polly, creatura dalla bellezza prodigiosa e dall'innamoramento difficile, e di godere della loro disfunzionalità, di tutto quell'insieme di crepe abilmente celate che fanno presagire crolli e strategie riparatrici.

E poi c'è l'amore, centralissimo e piuttosto malmesso in questa vicenda, sotterfugio, arma da usare per colpire madri prepotenti, via di fuga che può farsi trappola, come quello di Polly per lo zio Boy Dougdale, ripicca esaltante che la condurrà ad una sorta di "esilio" in Sicilia (per un'inglese nulla di più cromaticamente e climaticamente traumatico!) e ad una tipo di vita ben poco blasonata.

Insomma, se amate questo genere di storie intrise di upper class e di sguardo satirico (mi viene in mente anche Dorothy Parker), trascorrerete ore liete e totalmente distensive in compagnia di un mondo così fatuo e fanatico, specialmente in ambito sentimentale, da risultare condanna più che privilegio.

Nancy Mitford, insider e outsider insieme, così sottilmente dissacrante, sarà un'accompagnatrice d'eccezione.
« [...] No, ma la cosa che davvero mi incuriosisce sul debutto in Inghilterra è l'amore. Tutti hanno storie d'amore? È l'unico argomento di conversazione?». Fui costretta ad ammettere che era così. «Oh, accidenti. Ero sicura che lo avresti detto... Succedeva anche in India, naturalmente, ma credevo che magari in un clima freddo... Ad ogni modo non dire niente alla mamma, se te lo chiede. Fa' finta che le debuttanti inglesi siano indifferenti all'amore [...] ».

lunedì 7 marzo 2016

Il mio parere su Room


Dentro le pareti strette della reclusione di questo film si aggira un fenomeno.
Il suo nome è Jacob Tremblay ed è lui ad aver vinto idealmente tutti gli Oscar, mentre voi, guardandolo al cinema, vincerete quel tipo di premio che solo un grandissimo film sa dare.
Le vostre bocche si spalancheranno al suo cospetto e anche i vostri cuori.

Una folgorazione emotiva.

Io non ho parole per dire quanto sia prodigioso e intenso in Room (di Lenny Abrahamson, 2015, tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue), quanto mi abbia più e più volte colpito con la violenza dirompente delle emozioni derivanti dalla purezza.

I suoi bellissimi occhi allargano le ristrettezze, sfondano pareti carcerarie, permettono al candore di avere la meglio sullo squallore.

In Room Jacob è Jack
Un bambino brillante dentro una scatola che non gli impedisce di irradiare luce, dentro un micromondo completamente sbagliato e ingiusto che ha, ai suoi occhi, la normalità di ciò che si accetta senza sforzo perché non si è entrati mai in contatto con l'alternativa, quella sana e ariosa.


Con una piccola meraviglia come questa, con questo piccolo Sansone dalla chioma lunga e dalla forza attiva, Room non poteva che essere un bellissimo film, una storia che costringe all'apnea e poi al respiro troppo pieno, con una capacità di coinvolgimento fisica e psichica ininterrotta, magnifica.

Un film che fa riflettere sulla fortuna quotidianamente data per scontata di avere il cielo, il mare e gli astri a farci compagnia, a farci umani, ma anche sulla capacità straziante di adattamento che ha l'essere umano al limite.

Dentro la room agghiacciante del titolo, un capanno minuscolo dove Joy vive reclusa da quando aveva 17 anni dopo essere stata rapita da un folle, e che condivide da 5 anni con suo figlio Jack (evidentemente nato da una delle ripetute violenze sessuali da parte del rapitore), è inevitabile scalpitare per avere aerazione e luce naturale, ma se non hai mai respirato l'aria esterna, se non ti sei mai visto dall'esterno e all'esterno, le cose cambiano, la mancanza non ha riferimenti possibili, quindi non esiste.

Rivelare cos'è il mondo, la luce, l'incessante andirivieni umano oltre la stanza, diventa difficile come spiegare la Vita e e per Jack capire la verità rivelata da Joy vuol dire svegliarsi e soffrire del risveglio.


Dalla presa di consapevolezza in poi le cose cambiano, il film subisce un taglio netto e noi veniamo trasferiti dentro questa rottura, spaccati anche noi in due.

Brie Larson, volto del cinema indipendente appena approdata in lidi cinematografici più vasti, è l'anima adulta che affianca quella piccina, è la capacità giustamente premiata agli Oscar di farsi maschera dolente o indolente, di farsi paura in due forme diverse e micidiali, quella della chiusura e quella dell'apertura, quello del minimo e quella del massimo.

Senza però eccedere mai, in una forma essenziale e contenuta che emoziona più di qualsiasi spettacolo del dolore.

Mi è sembrata perfetta nel ruolo letteralmente scomodo che interpreta, pienamente credibile, e la credibilità è TUTTO quando c'è di mezzo una storia incredibile.

Letto, armadio, vasca, lavandino, televisione, abitudini microscopiche e in qualche modo rassicuranti, e poi all'improvviso, dopo un piano difficilissimo, asfissiante, balzare giù da un furgone fermo ad uno stop, sbattere per la prima volta sul mondo e subirne le terrificanti e meravigliose conseguenze. Sperimentare la libertà e la sua portata destabilizzante.

La scena del tappeto (non aggiungo altri dettagli) è uno dei momenti più tesi e palpitanti mai visti al cinema, implica una forma di partecipazione spettatoriale pienissima, in primissima linea, a battiti accelerati.

Room mozza il fiato come un thriller e fa tremare d'emozione come i drammi più raffinati.


Room è un film bipartito, un dentro-fuori, e nonostante lo sbalzo traumatico anche per lo spettatore, la sua storia continua a far commuovere e a coinvolgere anche dopo, quando il disagio prende altre vie, quando una madre che dovrebbe essere inebriata dalla felicità appare invece stordita, confusa, sopraffatta dai sensi di colpa posteriori.

Il rapporto viscerale tra Joy e Jack è commozione garantita, ma non prende, nella seconda parte, vie ovvie.
La room del titolo continua a racchiudere e vincolare: distruggerne il perimetro mentale è una lotta lunga, un massacro emotivo, ma cosa non può l'amore di una madre e quello di un figlio per lei? I loro sentimenti sono giganti, una stanzetta angusta non può frenarli.

Room: titolo piccolo, film enorme.
Confinato e sconfinato.
Due perle rare al suo interno.
Grande cinema che riesce a tenere col fiato sospeso e ad emozionare sfidando gli spazi, fisici e psichici.

E ancora una volta, per chiudere, sottolineo il nome di Jacob Tremblay e il suo essere un piccolo immenso cielo in una stanza.

martedì 1 marzo 2016

I Love Books: 114. New York Stories


New York Stories è il caso perfetto di letteratura come biglietto aereo, come possibilità di viaggio e di comprensione, o almeno perlustrazione, dell'altrove, come evasione possibile dal nostro prosaico perimetro fisico.

Non sono mai stata a New York ed è vano dire che è in cima alla mia fin troppo ottimistica wishlist di viaggi, una mia zona mentale di fughe inventate e mutuate dai film che mi attanaglierà con il suo fascino simbolico e micidiale forever and ever. Dio, quanto vorrei farci un salto, anche un migliaio di salti!

Non avvio celebrazioni della città perché non ne uscirei più e perché è cosa troppo ovvia che New York richiami innamoramento, amore, desiderio, sogno, perdizione e altre cose sublimi che hanno a che fare più con stati mentali e filosofici che con lo Stato di New York.

Però voglio celebrare questa raccolta di racconti memorabile, soprattutto per un'allergica alle short stories come me (mi sto curando, tranquilli), e dire quanto sia stata un regalo.

Paolo Cognetti ha raccolto delle perle di vario genere e stile, ha individuato fili conduttori e ha creato un percorso esclusivo per il lettore (nel libro è inclusa una piccola mappa dei racconti rispetto alla collocazione nella città), una restituzione infinitesimale, ma sublime, dell'essenza della città delle città, di quel posto che si offre alla letteratura con spontanea abbondanza e come nessun altro luogo mai.

Nel complesso, sommando tutti e 22 i racconti, posso dire solo una parola: felicità.
Leggere e gioire della scoperta.

Brevi e corpose folgorazioni emotive, nel bene o nel male, perlopiù nel bene.

Quelli che ho amato di più e ritornerò a cercare nei momenti di newyorkitudine prepotente sono:

Il barile magico di Bernard Malamud, perché amo la prosa delicatissima di Malamud e quelle storie di umanità ebraica e dolente che ti avvolgono come una sciarpa d'inverno.
Solo una donna così poteva capirlo e aiutarlo a cercare ciò che cercava, qualunque cosa fosse. Poteva, forse, amarlo. Come fosse finita tra gli scarti del barile di Salzman non avrebbe mai saputo dire, ma sapeva di doverla rintracciare al più presto.

New York (1946) di Truman Capote, perché l'eleganza descrittiva di Capote fa vibrare chi legge e il modo di narrare la città, così innamorato e peculiare, è evocativo da far commuovere. (Voglio leggere ogni singola riga che quest'uomo ha scritto, dannazione!).
È un mito, la città, le stanze e le finestre, le strade che sputano vapore; per ognuno, per tutti, un mito diverso, testa d'idolo dagli occhi di semaforo che ammiccano verde tenero, rosso cinico. Questa isola che galleggia su acqua di fiume come un iceberg di brillanti, chiamatela New York, chiamatela come vi pare.

Saluti a casa di Richard Yates, perché trovo sempre un po' di Revolutionary Road nelle sue trame e amo fino allo spasimo quel suo modo intenso di descrivere la coppia americana anni '50 con le sue implosioni e la sua avidità di esplosioni vitali, di fughe dall'abitudine.
E con nient'altro tranne quell'affinità chimica, a quanto pareva, in un appartamento semidiroccato sul tranquillo lungofiume del Village, sopravvivemmo all'estate del 1948.

Un marxista a New York di Oriana Fallaci, perché a parlare della città in frasi di pura poesia è Pier Paolo Pasolini in un'istantanea molto lirica, inebriata dall'ammirazione estatica della città e striata di nostalgia per non averla vissuta.
È una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non essere venuto qui molto prima, venti o trent'anni fa, per restarci.

Bei tempo addio di Joan Didion, perché ci sono tutte le contraddizioni, le antitesi, i conflitti del vivere o non vivere a New York, di New York come promessa e come realtà, come magnifico stordimento giovanile e come messa a fuoco dell'età matura.
...ero innamorata di New York. E non è un modo di dire, ero davvero innamorata della città, la amavo come si ama la prima persona che ti tocca e come non amerai più nessun altro.

Il "gilgul" di Park Avenue di Nathan Englander, perché sembra una situazione alla Woody Allen, un'improvvisa epifania ebraica all'interno di un rapporto di coppia assolutamente non ebraico. Brillante come solo le storie ambientate a New York sanno brillare.
Il giorno ebraico comincia nella calma della sera, quando non sconvolge l'organismo con il suo arrivo. Fu allora, al calare del giorno, tre stelle visibili nel cielo di Manhattan, che Charles Morton Luger capì di essere in possesso di un'anima ebraica.

Non ho invece apprezzato il racconto di Henry Miller e quello di Don DeLillo, entrambi per ragioni di avversione alla loro cifra stilistica e perché mi sembra che di New York se ne riesca a prendere e respirare meno rispetto ad altre storie. Li ho trovati un po' deliranti e fuori fuoco.

Tutti gli altri che non ho citato mi hanno tenuto comunque ottima compagnia, è stata una piacevolezza quasi ininterrotta.

Ho scoperto Mario Soldati e ho intenzione di recuperare America primo amore da cui è tratto il suo racconto un po' fuori dal coro, forse il più diretto e analitico nella comprensione della città.
Troviamo così a New York, conservata quasi sotto campana di vetro, la mentalità di un barbiere di Catania verso il 1890. E nel giro di famiglie amiche e imparentate che vivono l'una vicina all'altra nel medesimo quartiere, è possibile riconoscere la società provinciale e borghese di Avellino, o di Aquila, Benevento, Potenza ecc. prima della guerra. Uno storico serio dell'epoca umbertina, dovrebbe vivere un anno a Brooklyn o a Bronx.

Inutile dire che il racconto di Francis Scott Fitzgerald è pieno del suo stile, mischia la festa al declino ed è stato una conferma del sentimento ambivalente che provo per questo scrittore (vedi qui e qui).

Vorrei poi incontrare ancora Dorothy Parker. Il suo racconto, con il whisky che consola in quelle tipiche alienazioni sentimentali moderne e metropolitane, non mi ha folgorato, ma c'è in lei una tendenza che voglio approfondire.

Insomma, tornata da questo viaggio a New York via letteratura, fulmineo eppure capillare, la sensazione è quella di aver osservato foto scattate da fotografi d'eccezione, di aver colto delle verità, delle idee, delle esperienze così vere e interne all'apparato cardiaco della città, da avermi fatto sentire lì, immersa meravigliosamente nei battiti, negli umori e nell'infinita varietà di una città-mondo, di un mondo dentro una città.

Sostando tramite le pagine al Bronx, a Manhattan, a Brooklyn, al Village, ho vissuto non solo la geografia della città, ma anche il tipo di storia, di vicenda esistenziale o di semplice avventura che può derivare solo dal vivere in essa.

Perché New York non è solo posto in cui vivere, ma modo di essere e di condurre l'esistenza, cose che ti capitano perché vivi lì e non altrove.

Parecchi racconti nominano la città en passant o non la tirano affatto in ballo, ma lo sfondo della narrazione si avverte prepotente, brulica nel sottinteso e permea di materia newyorkese ogni elemento.

New York si sente anche quando non se ne parla. Il suo alito metropolitano si insinua dovunque.

New York Stories è un bellissimo libro, una bellissima idea, uno skyline letterario che riempie di amore e potenzia oltremodo il Sogno (o la voglia del ritorno per chi c'è già stato).