I Love Books: 145. Il racconto dell'ancella


Scrivere di questo romanzo è difficile, c'è qualcosa di violento che strappa il foglio bianco, ma anche una stasi surreale che impedisce di provare qualcosa per un po' e di parlarne.

Lascia senza parole Il racconto dell'ancella, e con una paralisi delle intenzioni.
Il cervello ne esce spaventato, l'apparato riproduttivo straziato per empatia con la protagonista, il proprio senso di indipendenza rinvigorito per contrappeso.

Non è una lettura facile, o meglio, lo è per come è scritto e per la capacità di coinvolgimento che ha (si legge d'un fiato, ha una prosa fluente), ma aggredisce la pace interiore, si mette a punzecchiare senza sosta il nostro essere donne in punti piuttosto sensibili, aree della nostra dimensione femminea che se toccate possono ferire, atterrire, denudare. Leggerlo da uomini deve essere altrettanto doloroso, immagino.

Distopia non è come dire utopia, è un'ipotesi di futuro che osserva il presente, un'esasperazione condita di fantasia e di avvertimenti che mettono davvero in allerta o che quantomeno fanno riflettere.

Alla base del romanzo c'è un'apocalisse della libertà femminile, la riduzione della donna ad un livello meramente uterino e riproduttivo per conto terzi.
La sterilità dilaga ed è emotiva prima di ogni cosa.
Un'emergenza globale trasformata in ingerenza biologica e politica.
Non si fa, non si dice, non si ama niente e nessuno in questo regime totalitario e e teocratico.
Si fottono le donne, nel senso reale e in quello metaforico. Se sei fertile sei fottuta, letteralmente.

Ci sono le Mogli attempate e sterili, i mariti Comandanti, le ancelle che si fanno ingravidare dai loro Comandanti e che danno alla luce per loro. Poi ci sono le anziane Zie, che indottrinano, i disertori che vengono impiccati o puniti collettivamente o spediti in colonie, gli Occhi che spiano.

La Repubblica di Gilead è una mostruosità serafica di Bibbia applicata alla lettera, donne come uteri con le gambe, uomini come strumenti di fecondazione, omofobia punitiva, rigore corporeo ed emotivo da togliere il senno.
Il respiro non è sereno e non ci si sente mai placidi leggendo questa storia; è letteratura d'attacco al conforto, letteratura di violazione, di provocazione.

Se si perde di vista il piacere di leggere un ottimo e avvincente romanzo (perché questo è prima di tutto Il racconto dell'ancella), si rischia di sentirsi poco bene, di farsi fagocitare dal grigio terrificante che avvolge tutto.

La cosa che mi ha fatto più paura del romanzo è la ritualità di cui parla, quel rassegnato e quasi sereno ripetersi di atti, di automazioni, di menomazioni come fossero normalità.
La normalità, diceva Zia Lydia, significa ciò cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po' di tempo lo sarà. Diventerà normale.
Non ci sono fughe, guerre e deliri da sommossa nel presente narrato dall'ancella, non c'è il movimento contrario a questo folle e granitico statuto, nessuna ribellione che faccia sperare: è questo che atterrisce di più de Il racconto dell'ancella, la sua serafica condizione di alienazione quotidiana.

E se fosse davvero così un giorno? Brividi di possibilità e sospiri liberatori di impossibilità si uniscono.

Il fervore sotterraneo di opposizione al regime c'è ma è così maledettamente facile venire scoperti e puniti e così maledettamente difficile ottenere qualcosa che non si crede mai al lieto fine.
La ritualità si staglia subito come eterna ed è un altro suo aspetto terrificante.

Forse è il ricordare dell'ancella, la sua voce narrante e il suo pensiero la vera parte "contro" del romanzo, la possibilità del rifiuto, della sua espressione mentale incessante. Difred si comporta secondo la norma, ma dentro ha un vulcano di rabbia e di amore per se stessa che reprime solo per la superficie.

È bella questa cosa, questa libertà invisibile: nella sua mente non è ancella di nessuno, solo di se stessa, il suo pensiero la fa muovere nel tempo, nello spazio, la salva dalla follia, le tiene compagnia ed è una cosa che nessuno può toglierle.

Ci sono delle belle formulazioni di pensiero ne Il racconto dell'ancella, parole scelte con cura e osservazioni fatte a se stesse, alla propria libertà interiore, l'unica possibile con un po' di fortuna e una dose gigantesca di forza d'animo.
Ora io sono portata a commuovermi davanti a tante cose che esistono in natura, le uova, i fiori, ma poi mi dico che sono attacchi di sentimentalismo, che il mio cervello sta trasformando tutto in technicolor come le cartoline con vedute di tramonti che arrivavano dalla California. Cuori patinati.
Eppure il pericolo è il grigiore.
La narrazione di  Difred umanizza la distopia; nel suo flusso di descrizioni, ricordi e coscienza c'è ancora una donna integra e fiera, che non si è arresa alla dittatura dello stupro e dello sfruttamento della fertilità, una donna che ha ancora pulsioni, speranze, spie luminose funzionanti. Una domina. Padrona di sé. Senza patronimico.
Occupare il tempo. Questa è una cosa alla quale non ero preparata: la quantità di tempo vuoto, le lunghe parentesi di niente. Il tempo come un canto fermo. Se solo potessi ricamare, tessere, lavorare a maglia, se avessi qualcosa da fare con le mani. Voglio una sigaretta.
Tutto il resto del suo racconto è schiavitù, tristezza, cerimoniale punitivo, non solo per le donne.
Il gender ha contorni militaristici in questa dittatura bigotta e se sei gay apriti cielo. Tutto ciò che non è uomo-donna e utero-seme non deve esistere, non deve nemmeno essere pronunciato.
Vengono i brividi.

Di integralismi, violenze sulle donne, diatribe sulla procreazione, diritti trascurati ne parliamo anche oggi, e il romanzo della Atwood, anno 1985, è un memento letterario di grande potenza universale, un manifesto senza tempo (che bisogna stare attenti a non strumentalizzare in nome di femminismi poco credibili e un po' alla moda) da far leggere al mondo intero come rimprovero preventivo o posteriore.

Ma non è solo questo.

C'è anche una sensazione inaspettata, quella di sentirsi libere e fortunatissime, di gioire per opposizione, di sentirsi in catene per immedesimazione e di accorgersi felici che quelle catene noi non le abbiamo.

È letteratura e per una volta voglio pensare solo alla finzione, alle esigenze della narrazione, a tutto ciò che non esiste al di fuori del libro. Cosa non facile in realtà.

Perché poi c'è una parte più riottosa di me che si avvelena quando pensa a come la donna sia spesso vittima, animale inferiore, carne da percossa e mi viene da odiare forte certe culture, certi meccanismi d'altre epoche che non muoiono mai.
«Non permetto a nessuna donna di insegnare o di usurpare in qualsiasi modo l'autorità maschile. La donna deve conservare il silenzio».«Poiché Adamo fu formato per primo e poi venne Eva».«E Adamo non fu sedotto, la donna fu sedotta e si rese colpevole della trasgressione. Ciononostante sarà salvata dalla maternità, se saprà vivere santamente nella fede, nella carità e nella temperanza»Salvata dalla maternità, penso, Da dove credevamo, in passato, che sarebbe venuta la nostra salvezza?
Trovare le differenze con alcune società di oggi è difficile; i Comandanti esistono davvero, la distopia è realtà per certe donne, fare la spesa e farsi mettere incinta è il massimo a cui possono ambire.

Leggere Il racconto dell'ancella non cambierà le cose, ma leggerlo è una chiamata forte alla consapevolezza, allo sforzo di calarsi in una dimensione fittizia che però non è affatto fantascienza.

Leggetelo per il piacere di leggerlo, perché siete appassionati di distopia, perché avete visto la serie tv (di cui parlerò nel prossimo post) e siete curiosi di fare il confronto, ma leggetelo anche perché a volte le nostre empatie e le nostre consapevolezze sul mondo si affievoliscono e libri come questi danno la corrente, ripristinano la rabbia, mettono in circolo il dissenso, anche solo mentale, ed è una cosa importantissima. 
Le cose non cambiano, lo ripeto, ma leggendo Il Racconto dell'ancella cambiamo noi, ci sensibilizziamo, ci incolleriamo e questo è già qualcosa.

Commenti

  1. Già la visione della (splendida) serie è stata una mazzata notevole.
    Questa lettura quindi mi sa di cosa troppo tosta, almeno adesso da portare sotto l'ombrellone... :)

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    1. Si legge rapidamente ed è scritto benissimo, però sì, il tema è una mazzata sulle parti intime ;)

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  2. Questo libro mi intriga ed affascina nella stessa misura in cui mi spaventa. E proprio per questo ritengo sia una lettura da affrontare assolutamente, specialmente perché una storia così controversa - e così forte da leggere per noi donne, che sicuramente avremo un'empatia ed un'immedesimazione, per forza di cose, maggiore - è stata raccontata da una donna. Non conosco la Atwood se non di nome. I suoi libri costicchiano abbastanza, aspetterò la fortuna di trovarli usati. Splendida recensione come sempre :)

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    1. Grazie Julia :D
      Da donna a donna ti consiglio di affrontarlo. È vero, spaventa e lascia sensazioni non proprio leggere in mente, però è anche un romanzo avvincente, ben scritto, che si fa divorare, questo te lo garantisco. Della Atwood ho letto anni fa L'assassino cieco (bello, ma non quanto Il racconto dell'ancella), ma tutto il resto della sua produzione non lo conosco nemmeno io.

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