I Love Books: 123. Una famiglia decaduta


Letteratura russa: di qualunque foggia essa sia, è un rifugio letterario in cui andar a trovare riparo periodicamente, famiglia sempre accogliente.
Soprattutto dopo che le tue letture recenti sono state in successione Philip Roth e Jonathan Franzen, micidiali demolitori di certezze e subdoli psicoanalisti dell'anima del lettore.

Non che Dostoevskij o Tolstoj siano da meno in quanto a passioni devastanti e universali e infatti io stavolta mi sono rivolta a Nicolaj Leskov, voce meno nota di cui non avevo mai letto nulla prima e che ho scoperto grazie - ancora una volta - a Santissima Fazi Editore.

A mio parere siamo in presenza di letteratura russa minore, che si dà con meno imponenza e si può prendere con più leggerezza, non solo perché la mole è minuta e lo stile agevolissimo, ma perché ciò che viene narrato è semplice, genuino, bonario.

I riferimenti storico-politici sono costanti (il libro seppur breve è ricco di note esplicative), il background vibra sotto la superficie del racconto, ne è ipocentro, e da questo punto di vista il romanzo è anche una pagina di cronaca.

Eppure il tono rimane lieve, la narrazione è un peso-piuma, gli scogli ideologici in cui ci si imbatte di solito nei romanzi russi classici praticamente invisibili.
Mi è sembrato più un racconto lungo che un romanzo fatto e finito, ma questa non è una critica: ho infatti beneficiato della sua "praticità".

Una famiglia decaduta è una sorta di memoir familiare da cui emerge una figura di donna dall'indole molto particolare.
Una nipote voce narrante che incrociando i suoi ricordi a quelli della nutrice Ol'ga Fedotovna, narra di una nonna fuori dal comune, la principessa Varvara Nikanorovna, personaggio assai singolare.

Integralista della cultura russa tradizionale, autonoma e autocratica, lavoratrice e imprenditrice, avversa ad ogni forma di esterofilia e di frivola attitudine mondana, dotata di senso pratico e di una battagliera attitudine verso ogni dolore-problema-misfatto, questa nonna è una superstar dell'umiltà, un'icona di purezza e semplicità.
Una donna di campagna, di provincia, che ha a cuore in egual misura l'educazione dei suoi tre figli e il benessere dei suoi contadini e non cede mai a mode, pose, orientamenti, disorientamenti.

Scordatevi le feste da ballo e le cene a San Pietroburgo, le macchinazioni senza sosta di una sfaccendata nobiltà, Varvara è una donna acqua e sapone, una che dice cose come:
Non voglio un'amica indorapillole, preferisco un'amica olio-di-ricino, e tu per me sei una tentazione.
O:
Io giudico primo dovere di ciascuno non credere a simili baggianate e non aspirare a governare gli altri, bensì se stessi col massimo discernimento. Ciò che più di ogni altra cosa necessita insegnare ai giovani discendenti di nobili e grandi famiglie è che essi non sono affatto necessari.
 [...] ella non voleva perdere il coraggio, la propria forza d'animo. Ricorse perciò forse al migliore fra tutti i rimedi: un'instancabile operosità. 
Una donna che ha amato solo il marito e che non ha fatto mai della vedovanza motivo di abbattimento o, al contrario, di ricerca di nuovi amori, ma occasione per rimboccarsi le maniche e tenere le redini di tutto.
Così semplice era allora il nostro modo di vivere e acuto il sentimento di reciproca indulgenza, che in seguito sarebbe stato sostituito dall'imitazione delle schiccherie francesi prima e della fredda indifferenza inglese poi. Eppure già a quei tempi la nonna riteneva che con il ritorno delle nostre truppe da Parigi, nella società russa si fosse diffusa una generale mancanza di reciproco rispetto. «Un mucchio di fru fru», diceva, «ma vera delicatezza neanche a parlarne».
Poco importa se gli errori di valutazione o l'eccesso di altruismo hanno condotto la famiglia ad una serie di problemi o addirittura di danni.
Varvara si pone sempre un po' al di sopra delle difficoltà, l'unica forma di superiorità che ci concede.

La nonna trovò quello di cui ha più bisogno un uomo: nulla la irritava più nella vita.

Nel complesso non l'ho trovata un'opera indispensabile né folgorante, ma sicuramente riposante, così gentile e intrisa di ricordi com'è, così orientata ad un elogio della semplicità e dell'efficienza.
Una lettura piacevole e una prospettiva diversa nell'orizzonte letterario russo a cui ero abituata.

Una famiglia decaduta (che fa parte di un'ampia trilogia) è un'occasione diversa, il romanzo ideale per chi ama già i russi e vuole provare ad uscire dal solito giro perfetto Dostoevskij-Tolstoj-Turgenev-Gogol' e provare a frequentare altre visioni, altri stili, non necessariamente alla stessa altezza (almeno per me!).

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