I Love Books: 137. Eccomi


Provo a dividere il mio parere su questo vulcano magmatico detto per convenzione "romanzo" in due sezioni: ciò che mi è piaciuto e ciò che non mi è piaciuto.
L'elenco mi servirà a fare chiarezza, a mettere in prospettiva un orizzonte vasto e forse anche un po' disorganico. Ma bellissimo. E anche pesantissimo.

Cose che mi sono piaciute:


- La scrittura di Safran Foer. È di una bellezza, di una carica inventiva, di una capacità esplorativa che fa fare inchini immaginari e fa sentire parecchio analfabeti e aridi. È fluttuante, cangiante, spesso è prosaica e ruota intorno alle parole più triviali del sesso e dell'organico, ma poi ti sorprende con periodi di pura poesia. Adoro questo registro così completo, questo misto di impurità e di splendore verbale. Sottolineare frasi su frasi è stata per me una necessità.

- La saggezza sconfinata e universale delle parole di questo romanzo. Contiene delle verità che fanno sobbalzare, apre gli occhi su alcuni aspetti della vita, specialmente su quello eternamente psicoanalizzabile dei rapporti di coppia, sul matrimonio, sul mettere al mondo dei figli e su altre cosucce ben poco lievi che ci riguardano più o meno tutti. Quanto sa e quanto si sa spingere dentro questo quarantenne con gli occhiali da Harry Potter e un know-how sull'umanità quasi divino!

- Il potere straordinario che ha Eccomi di farti sentire fragile, l'essere più vulnerabile e in pericolo del mondo e allo stesso tempo parte di una schiera, di un esercito di romantici, sensibili e profondi esseri umani che Safran Foer conosce molto bene e celebra.
Se sei una persona irrisolta, parzialmente infelice, tendente alla crisi ti ritroverai a nuotare nel mare magnum di emergenze esistenziali del romanzo e ti sentirai in qualche modo a casa.
Senza amore, muori. Con l'amore, anche. Non tutte le morti sono uguali.
- La cultura di cui è intriso. Che non è sfoggio accademico, ma naturale tendenza al citare, dire, approfondire in un continuo flusso di spunti di sapere, come un abbraccio a tante cose, alcune di impegno profondo e di rimandi ad altrove per lo più politici e religiosi, altre semplicemente sfiziose o curiose. Una sorta di tuttologia che rende l'insieme ricco di sapienza e di brillantezza intellettuale.
Il riferimento alle enantiosemie per esempio...

- La commozione intensa che ti provocano Julia e Jacob, l'anticlimax del loro amore e tutti i tentativi, i pensieri e le parole di recupero, di resa, di soluzione. La loro vicenda di coppia mi ha ferito più volte e mi ha donato scorci di pura bellezza tragica, quel tipo di meraviglioso e necessario dramma che è l'amore quando se ne conosce ogni fase, quando è fatto di anni e non di attimi.
Così tanti giorni di vita in comune. Così tante esperienze. Come avevano fatto a passare gli ultimi sedici anni a disimpararsi a vicenda? Come aveva fatto la somma di tutta la presenza a tradursi in assenza?
- Il senso di famiglia che vi si respira e ciò non vuol dire idilli domestici a colazione come negli spot pubblicitari, tutt'altro. La famiglia protagonista, Jacob, Julia, i tre figli maschi e l'anziano cane, è in rovina, è un casino, c'è puzza di merda di cane nella loro casa e un terremoto in corso, ed è in questo tipo di brutta normalità che trovi il familiare, l'autentico, il resistente a tutto perché fatto dello stesso sangue.
Mi ha toccato il cuore questo aspetto.

- L'ironia. Eccomi ha un suo modo trasversale di essere divertente, ha un approccio in qualche modo autoironico anche alla catastrofe. E sebbene il dolore sia sparso ampiamente sulle pagine e le elucubrazioni a volte ti tolgono il fiato, trovi anche occasioni di sollievo, di sorriso. Così è la vita e a volte fa anche un po' ridere la sua ostilità.

Cose che non mi sono piaciute:

- Come mi è già capitato in passato con questo autore, il disordine, il collassare della trama dentro segmenti autarchici, pause non sempre motivatissime, buchi neri e flussi di coscienza.
L'idea finale è quella di un puzzle che hai dovuto comporre tu, anche quando non ne avevi voglia, anche quando avresti preferito un viaggio diretto, senza scali. Il disegno narrativo di Safran Foer in Eccomi è un po' troppo alla Safran Foer; certe pagine non sembrano significare nulla, avrei potuto strapparle senza traumi sulla trama.

- La fatica immane che si fa a sopportare questa famiglia di ebrei colma di tutte le problematiche ebraiche degli ebrei della diaspora.
Personaggi irrisolti, scissi, lagnosi, cavillosi all'inverosimile. A volte ti incantano i loro pensieri acuti, a volte vorresti sbattere le loro testone letterarie al muro, quello del pianto magari.
Che poi sono quegli stessi ebrei iperproblematici e logorroici che racconta da anni Woody Allen, solo che Allen fa ridere, Safran Foer invece ammorba, si fa insostenibile, disseziona ogni cosa, rende i suoi personaggi mine vaganti di parole (quanto parlano questi soggetti? Dio mio!), di complessi d'inferiorità o di superiorità, di ferite un po' troppo enfatizzate e altre mille cose che spesso uccidono ogni residuo di leggiadria e ottimismo nel lettore. Tutte quelle metafore, Isacco, Abramo, Dio, la sinagoga e il Bar Mitzvah che viene nominato più o meno ad ogni pagina, si fanno di piombo dopo un po'.
D'altronde lo stesso Jacob lo dice:
«...tutti questi chiodi ebraici del cazzo che mi trafiggono le mani.»
«Chiodi ebraici?»
«Aspettative. Doveri. Comandamenti. Voglia di compiacere tutti. E tutto il resto.»
- La logorrea. Che poi è un appendice del punto sopra, la cosa che ti sfianca di più, quel continuo mettere bocca sulle cose, anche le più semplici e prive di necessità verbali o esplicative.

- La scarsa credibilità di alcuni dialoghi e confronti verbali. Capisco che il target di Foer è ebreo-geniale-intellettuale umanamente rilevante e socialmente elevato, che i suoi personaggi sono lontani dalla mediocrità e dalla normalità e che il 24% dei vincitori di premi Nobel sono ebrei, ma io ho spesso sghignazzato di fronte a certe battute che manco a teatro. Vi faccio un esempio:
«Jacob, dovresti forgiare nella fucina della tua anima la coscienza increata della tua razza».
Ma che davvero?

Eccomi, tiro le somme.

Eccomi è un universo-libro da tenere sul comodino non a cuor leggero, è un'impresa da intraprendere con consapevolezza e non tanto per leggere qualcosa, è un'opera ambiziosa che vi butterà giù e vi eleverà, è un mattone giallo ocra corredato di glossario ebraico e yiddish finale dove non si fa altro che parlare di sesso, di ebraismo, di Israele, di amore, di morte, di cose che vi appesantiranno l'esistenza e ve la faranno apparire comunque grandiosa. È una continua scoperta di scrittura sublime, di bellezza narrativa, di dinamiche che fanno sentire meno soli.
Toglie il fiato per spossatezza, ma anche per bellezza.
Alcune religioni puntano sulla pace interiore, altre sul rifiuto del peccato, altre sulla lode. L'ebraismo punta sull'intelligenza - sotto il profilo testuale, rituale e culturale. Tutto è studio, tutto è preparazione
Gli ebrei costituiscono lo 0,2 per cento della popolazione mondiale ma hanno ricevuto il 22 per cento di tutti i premi Nobel - il 24 per cento, se si escludono i Nobel per la pace.
Jonathan Safran Foer è trionfalmente, pienamente, letterariamente ebreo

Commenti

  1. Lo hai detto meglio di me, tutto.

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    1. Grazie mille, mi fa piacere :)
      È stato difficile scrivere di questo iper romanzo, ma alla fine mi sono sentita meglio!

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