Il mio parere su Jackie


Se sul dizionario ci fosse la voce Natalie Portman, il significato sarebbe questo: attrice di bellezza folgorante. Predisposta geneticamente ad incarnarsi nei suoi personaggi. Rigorosa e fulgida stella del cinema di qualità. Studiosa della mimesi e della credibilità di essa. Mostro sacro. Laureata ad Harvard in Psicologia. Ineccepibile.

Il suo volto deformato dal dolore, ogni volta di diverso tipo, è una delle energie più forti che arrivano dallo schermo da un po' di anni a questa parte. Ne parliamo e ce ne ricordiamo per sempre.

Insomma, non sbaglia un ruolo questa meraviglia della cinematografia contemporanea e anche la sua Jackie rientra in questa fisiologia di successi, in questa epopea di interpretazioni viscerali.

L'interpretazione è però tutto ciò che mi è rimasto di questo film. Perché se Natalie è una Jackie straordinaria, Jackie non mi è piaciuto, mi è sembrato una ventata di aria fredda e dura.
Una tetra ode cimiteriale monocorde con sprazzi di rosso sangue.


Cinico, distaccato, monotematico sulla sua donna-icona che inquadra e mette a soqquadro in ogni istante, come un pedinamento.
Solo che lo spettatore è escluso.
A Pablo Larrain interessa solo la sua Natalie-Jackie e farle vincere un Oscar (sorry, Pablito, non è andata così). Il film non sembra avere altri obiettivi, e se penso che il regista è cileno ed è alla sua prima prova in lingua inglese, mi chiedo il senso di tale scelta tematica.


Il suo stile di regia l'ho trovato strano, minimale nella narrazione ed enfatico nelle ravvicinate osservazioni della donna di cui parla.
Come un'iconografia del dolore, Jackie non è il classico biopic di generosa narrazione storico-privata, ma una celebrazione delle doti di Natalie Portman quando si tratta di ruoli in cui si soffre come cani e ci si addolora fin nelle viscere.

Ok, lo sappiamo tutti che la Portman è la regina del cinema impegnato mesto e affranto e io l'amo per questo, per il suo profondissimo sguardo triste, ma in Jackie Larrain avrebbe anche potuto dirci altro, far andare la camera in giro qua e là per ampliare la prospettiva.

È un film asfittico a mio parere, non fa respirare la storia, comprime lo spettatore dentro l'area di sofferenza di Jackie e quasi se ne compiace.

Abbiamo una gamma di svariate Jackie: la Jackie sostenuta e glaciale durante l'intervista concessa alla rivista Life, la Jackie disfatta dal trauma, la Jackie straziante delle lacrime e dalle macchie di sangue, la Jackie organizzatrice indefessa di parate funebri in pompa magna, la Jackie disillusa uscita fuori dal regno di Camelot senza preavviso, la Jackie-simbolo in doppio petto rosa Chanel, la Jackie in sottoveste e lacrime.

Solo Jackie. United States of Jackie. Jackie l'antipatica, Jackie la ferita, Jackie la dignitosa.

Tutto reso alla perfezione dalla Portman, come sempre ligia al dovere sacro di attrice fino all'annientamento di sé. Accento, voce, portamento, tutto studiato con dedizione analitica magistrale (ho ascoltato online il vero tour della Casa Bianca della vera Jackie ed è stupefacente come suoni esattamente lo stesso).

Ma, a mio avviso, una performance miracolosa non basta a fare un film, da spettatore mi aspetto anche una narrazione, un riguardo nei miei confronti.


Fondamentalmente Jackie è un film sulla gestione di un dolore e sull'organizzazione di un funerale, ci dice molto sulla psicologia di Jackie, ci mostra le varie declinazioni espressive del suo volto (quello della Portman di una bellezza totale che poco si avvicina all'originale, a mio parere bruttarello), ci fa capire cosa ha provato prima, nei due anni di presidenza, che lei paragona al regno di Camelot, e dopo, quando rimane solo la vedovanza e la perdita ufficiale e interiore.

Io accetto tutto ciò, ma avrei voluto anche emozionarmi (l'ho fatto solo quando ho visto John Hurt, ma per altri motivi), provare qualcosa di simile alla compassione, sciogliermi e non irrigidirmi per noia e antipatia.

Ecco, per me Jackie è un film antipatico. È questo il suo principale difetto.

Commenti

  1. Io l'ho trovato di una bellezza che rasenta la perfezione, tra lei e la fotografia, ma probabilmente proprio questa assoluta volontà di creare qualcosa di indimenticabile lo ha reso incredibilmente freddo ai miei occhi. A volte preferisco qualcosa di meno perfetto che però ti frantumi il cuore.

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    1. Già, è un film molto freddo e a me ha frantumato altro ;) ;)

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  2. io di Larrain ho visto Neruda e No i giorni dell'arcobaleno.
    Mi sono piaciuti perché io sono fissata con il Cile, ma se devo essere più oggettiva devo ammettere che entrambi erano abbastanza lenti e noiosi... quindi Jackie alla fine non sono andata a vederlo!

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    1. Probabilmente, conoscendo già lo stile del regista, lo troveresti interessante e nemmeno tanto noioso. Potresti provare...
      Per me è stato il primo Larrain in assoluto e forse anche per questo ho faticato a trovare sintonia con il film.

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  3. Che dire... io ho pianto e mi sono commosso con questo film, ma l'antipatia (e la simpatia) appartengono alla sfera personale e c'è poco da fare. Non sono però d'accordo sul fatto che il film non sia narrativo: per me lo è eccome, però alla maniera di Larraìn. Ovvero, con uno stile apparentemente "freddo", destrutturato, che però fa parte del suo cinema (che bisogna un pochino conoscere e "frequentare"). Comunque rispetto le tue critiche, che sono comuni a quelle di diversi altri blogger e critici, forse (ripeto) per la disabitudine a un regista così particolare...

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    1. Sicuramente non conoscere affatto il regista e la sua poetica ha influito sulla mia reazione, avevo in mente qualcosa di più "generoso" e mi sono trovata davanti il gelo.
      Se il modo di narrare di Larrain è questo anche negli altri film, so già che non potrà piacermi mai, non fa per me :)

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