domenica 30 ottobre 2011

Il mio parere su Jane Eyre (2011)


Guardando Jane Eyre (di Cary Fukunaga, 2011) mi sono ritrovata automaticamente a fare confronti sia con il classico Jane Eyre di Zeffirelli del 1996 sia con l'opera di Charlotte Bronte, in particolare con quest'ultima visto che è uno dei miei romanzi preferiti, il classico dei classici da tenere in libreria e rileggere di tanto in tanto, un po' come Madame Bovary o Orgoglio e pregiudizio, letteratura essenziale che sarebbe doveroso fare propria!
Devo dire che il film di Fukunaga è molto rispettoso del romanzo, la sceneggiatura è ordinata e strettamente corrispondente alla trama del libro, per lo meno alla sua impalcatura fondamentale visto che sarebbe stato impossibile portare in scena per intero la sua imponente e dettagliata mole. Molta forza è stata data alla componente cupa, inquietante, quasi gotica del romanzo e la nebbia esterna da paesaggio vittoriano, i candelabri che illuminano e nascondono al tempo stesso, i rumori notturni contribuiscono a creare un'atmosfera sinistra quasi da Halloween.
C'è però qualcosa che non mi convince in questo film, in particolare per quel che riguarda i suoi protagonisti, che, sebbene bravissimi e impegnati affondo nel loro ruolo, non corrispondono alla mia visione personale del romanzo della Bronte e si allontanano dalla maggiore aderenza descrittiva che avevano gli attori nel film di Zeffirelli.
Nel mio immaginario di lettrice Jane Eyre ha esattamente le stesse fattezze di Charlotte Gainsbourg, la sua pelle pallida e i capelli scurissimi, la bellezza poco evidente che flirta con la bruttezza, lo sguardo malinconico e l'elegante autocontrollo. Sebbene Mia Wasikowska sia stata resa scialba e poco avvenente, c'è sempre qualcosa di fresco e solare in lei, una bellezza rosea quasi da bambina che poco si adatta alle descrizioni fornite dalla Bronte, che spesso nel romanzo indugia sull'aspetto mediocre di Jane, sul suo essere una creatura fragile e particolare anche da quel punto di vista. Mia Wasikowska è troppo bella in modo oggettivo e canonico per impersonare l'atipicità affascinante di Jane, il suo aspetto tormentato, attraente in modo inconsapevole, un po' alla Charlotte Gainsbourg insomma.
Inoltre nel film di Fukunaga c'è più attrazione erotica sottile e percepibile e meno rigore nel rapporto tra Jane e Mr. Rochester: Michael Fassbender con il suo corpo vigoroso e l'intensa bellezza è una versione più giovane, sexy e carnale del Mr.Rochester austero e rigoroso, perfino brutto e antipatico della Bronte e di Zeffirelli (l'attore era William Hurt). Questa cosa, sebbene non eccessiva (non ci sono scene di sesso fra i due tanto per intenderci!) mi è sembrato un lieve tradimento in chiave moderna della rigida e misurata attrazione che scorre nel romanzo e che ne fa la sua forza, quel lungo, lento, indeciso, timido gioco che poi sarà amore, quel tipo di sentimento che chi non ama questo genere di letteratura di solito trova stucchevole e snervante.
Io trovo invece che questo tipo di amore letterario sia affascinante ed elegante, che sia perfino più seducente (mi viene in mente Bright Star di Jane Campion e la sua struggente poesia) ed è per questo che avrei scelto due attori molto meno fighi e un po' più "vittoriani" nell'approccio!
Insomma, per quanto il film non sia niente male, è meglio leggersi o rileggersi il romanzo per capire veramente chi è Jane Eyre.

mercoledì 26 ottobre 2011

Il "gioco freddo" dei Coldplay si scalda


Chi come me ha adorato per anni il Chris Martin pallido e malinconico dalla voce struggente capace di inciderti il cuore, rimarrà in parte deluso nell'ascoltare il nuovo variopinto album Mylo Xyloto e nel ritrovare l'etereo britannico in versione super cool, super gasata, super solare, quasi disco-dance.
Ebbene si, Mylo Xyloto fa ballare, scioglie i legamenti e scuote i muscoli, crea un automatico impulso di movimento e saltello in chi lo ascolta e ciò stupisce e delude al tempo stesso: che fine ha fatto quella deliziosa sensazione depressa e romantica che si provava ascoltando certi pezzi, da Trouble a The Scientist, da Yellow a Green Eyes? Dov'è la solita poesia melodica e delicata, la voce sussurata e tenera, lo struggimento in puro stile Coldplay? In parte è svanito e il mio lato incline al solitario e doloroso romanticismo alla giovane Werther se ne rammarica. Eppure tutto questa ventata positiva e cromaticamente accesa, i motivetti belli svegli e frizzanti, gli oh oh oh fieri e solenni da stadio, non mi dispiacciono e quando metto le cuffie alle orecchie il mio iPod pompa e diffonde vibrazioni incoraggianti e inni alla gioia.
Inutile dire che pezzi come Every teardrop Is a Waterfall e Paradise hanno uno straordinario appeal acustico e rimangono in mente e in corpo che è un piacere (è da una settimana che vado in giro canticchiando stonatamente Para-para-paradise oh oh oh oh!), pure scariche di adrenalina musicale. Una svolta per i timidi Coldplay, una decisione che si era già intuita in Viva la Vida e che adesso ha preso completamente piede, facendoli scatenare in ritmi caldi e accesi.
La tavolozza di tonalità fredde alla Coldplay si mescola ai colori fluo ma non cede completamente al technicolor: ci sono ancora ballad in stile classico come Us Against The World in grado di calmare la foga e rendere romantico chi ascolta.
In conclusione, la parte spensierata, vitale e movimentata di Mylo Xyloto (in pratica, a parte rare eccezioni, tutto l'album) non sarà romantica e poetica, non sarà profonda e intimista ma ha grinta e carattere da vendere, ha stile, un nuovo stile, devo ammetterlo.
L'unica cosa che non perdonerò mai ai Coldplay e l'aver chiamato quella grandissima tamarra di Rihanna per la canzone Princess of China: come hanno potuto loro, così delicati, colti e sensibili, mischiarsi al rivoltante mondo kitsch e quasi porno di Rihanna? E la cosa buffa è che quel pezzo alla fin fine mi piace pure!

Ecco come sono per me le 14 tracce:

1) Mylo Xyloto: magica atmosfera introduttiva di 42 secondi con il suono di delicatissimi xiloti, ops xilofoni.
2) Hurts Like Heaven: accelerata, da ascoltare mentre si pedala a tutta velocità la propria bici.
3) Paradise: incoraggiante, un coro di oh oh oh automotivazionali che esplode dentro. La mia preferita.
4) Charlie Brown: prima il suono di vocine buffe, forse dei Peanuts, poi sembra la sigla di un cartone animato anni '90 e ci si aspetta la voce di Cristina D'Avena da un momento all'altro.
5) Us Against The World: sognante ballata alla Chris Martin di una volta.
6) M.M.I.X.: brevissima traccia dai toni digitali e spaziali.
7) Every Teardrop Is a Waterfall: dance, energica, pulsante, con cornamuse elettrizzanti. Impossibile non ballare.
8) Major Minus: grintosa e orecchiabile, cantata come da un megafono, falsetti, uh uh e ah ah immancabili.
9) U.F.O.: delicata, dolce melodia sospesa di breve durata.
10) Princess of China: un incipit di oh oh oh urlati in puro nuovo stile incitatorio Coldplay su base dance e poi la coltellata, la voce di Rihanna. Tutto sommato è orecchiabile, forse una delle più orecchiabili e distinguibili.
11) Up in Flames: dolce falsetto di Chris Martin che culla ma non commuove.
12) A Hopeful Transmission: 33 secondi di suono ritmico e corale.
13) Don't Let It Break Your Heart: altro incoraggiante inno alla gioia pienamente nello stile dell'album.
14) Up with the Birds: qui Chris Martin mi fa pensare a Louis Armstrong, non so perché.

domenica 23 ottobre 2011

Il mio parere su This Must Be the Place


Premessa: adoro Sorrentino, trovo che ci sia una forza e una poesia ipnotizzante nel suo modo unico di girare un film, nei suoi movimenti di macchina scomposti, nei suoi primi piani violenti, nel suo uso di colori forti e luci decise, nel suo ricorrere costante e continuo alla musica fino a caricarla di senso, nel suo tocco grottesco e commovente al tempo stesso, nel suo inventare personaggi umanamente ed esteticamente strambi ma mai ridicoli, nella sottile malinconia di cui i suoi film sono romanticamente intrisi.

Carica di questa passione, sono andata a vedere This Must Be the Place con profonda fiducia, nonostante avessi letto in giro recensioni tiepide e spesso scoraggianti, e devo dire che sono uscita dalla sala più che soddisfatta, piena di quella dolcezza triste sorrentiniana che mi avvolge dopo ogni suo film.
Sean Penn nel ruolo dell'ex rock star Cheyenne è strepitoso, è un'icona indimenticabile, così buffo e tenero, con la sua testa corvina cotonata, gli occhi bistrati e il rossetto rosso, un incrocio tra Edward mani di forbice e il cantante dei The Cure, un bambino triste di 50 anni che cammina a passetti piccoli e instabili, che ride in un modo stupido che fa troppo ridere, che combina piccoli disastri e fa strani incontri con un'ingenuità irresistibile alla Forrest Gump. Il film è Sean Penn/Cheyenne e manifesta il suo valore cinematografico proprio nell'offrire allo spettatore una performance strepitosa, un personaggio caratterizzato in modo profondo, dalla dirompente stranezza e dalla commovente fragilità, un mascherone dark che ha dentro una bellezza e un'umanità da togliere il fiato, un Peter Pan rockettaro che ha dentro una saggezza incredibile.
Il fatto che la trama sia a tratti un po' scarna e lenta, che il viaggio on the road di Cheyenne alla ricerca del sicario nazista del padre ebreo non scorra sempre in modo ritmico, non toglie nulla alla preziosità di un film in cui l'attore e la musica da soli fanno la bellezza e l'incanto di ciò che vediamo e sentiamo sullo schermo.
Non sarà il miglior film di Sorrentino ma vale assolutamente la pena vederlo: perché c'è uno Sean Penn speciale, estremo, adorabile che fa ridere e piangere insieme, perché c'è una Francis McDormand breve ma intensa nel ruolo della moglie di Cheyenne, perché si ascolta della musica raffinata, perché c'è il cameo di David Byrne dei Talking Heads che canta This Must Be the Place, perché si riflette e si ascoltano frasi di questo tipo:
  
"Il problema è che passiamo troppo velocemente dall'età in cui diciamo "farò così" a quella in cui diremo "è andata così"" (Cheyenne)

"Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India..." (Cheyenne)

"Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato..." (Cheyenne)

"Sto cercando di far mettere insieme una ragazza triste con un ragazzo triste, ma forse tristezza e tristezza non sono compatibili" (Cheyenne)

"Non è vero ma è bello che tu me lo dica" (Cheyenne)

"Perchè l'architetto ha scritto CUISINE nella nostra cucina? Lo sappiamo che è la cucina..."(Cheyenne)




venerdì 21 ottobre 2011

Il mio parere su Melancholia


Il volto in ralenti pallido, ingrigito, depresso di Kirsten Dunst ad apertura di film, così iconico e inquietante, così solenne e struggente, è entrato prepotentemente a far parte del mio personale repertorio di fermo immagine dalla potenza indimenticabile, ha superato perfino il volto conturbante e malinconico della stessa Dunst ne Il giardino delle vergini suicide che tanto mi aveva scosso e impressionato.
Credo che in questo film l'attrice abbia raggiunto punte estreme di presenza scenica e forza visiva ed abbia reso in modo spaventosamente reale e credibile il concetto di malinconia, di depressione, di disgusto per la fragilità dell'esistenza, di rassegnazione. Ho pianto guardando il dolore di quel viso e ho pensato tutto il tempo guardando il film: "Che mostruosa meraviglia".
Si, perché Melancholia, non è un film in senso stretto, ma un mostro meraviglioso, uno spietato dipinto di abisso e morte, una poesia straziante sulla piccolezza della nostra vita, e riesce a scuotere, immalinconire in un modo che un semplice film da solo non riuscirebbe a fare, ha una forza tremenda che esula dal cinematografico e si colloca nel metafisico e Lars Von Trier non è un regista ma un profeta, un violentatore dell'anima, un poeta tormentato che crea bellezze e mostruosità indicibili.
Il pianeta Melancholia (nome dolce e bastardo al tempo stesso) sta impattando sulla terra arrecando la morte e la distruzione totale e definitiva e non c'è scampo per nessuno. Justine (Kirsten Dunst) lo sa bene, lo sente, e si chiude in un guscio di apatia, di autentica depressione, di male di vivere che le fa provare disgusto per tutto ciò che alimenta la vita o meglio l'illusione della vita, dal cibo ai rapporti umani, dall'acqua al movimento. Stupenda e poetica nel suo ingombrante vestito da sposa bianco, tenta di fingere la vita, di farne un'imitazione ma non ci riesce: sprofonda sempre di più nel baratro dolceamaro della melancolia, in cui non c'è più nulla da fare e da provare, e ciò è orrendo e consolante al tempo stesso.
La sorella di lei, Claire (Charlotte Gainsbourg, sempre delicata e visivamente fortissima), reagisce in modo opposto, in modo vitale e fremente, ha paura, piange, trema, annaspa nella pienezza della vita fino all'ultimo mentre la sorella è già distaccata e svuotata di vita. Si prova così tanta pena per lei, per il genere umano tutto, per se stessi, da star fisicamente male, da piangere.
L'impatto finale è tremendo e aggraziato insieme, richiama i disaster movie apocalittici ma non ne ha la volgarità computerizzata e posticcia: è uno scoppio ovattato e luminoso seguito dal buio assoluto ed è pura poesia della visione.
Accompagnato da una colonna sonora classica e melanconica in crescendo (tratta dal Tristano e Isotta di Wagner, dopo il meraviglioso Lascia ch'io pianga di Handel usato in Antichrist), Melancholia è un film difficile e doloroso che si insinua dentro chi guarda toccando tasti dolenti e paure ataviche, è un'opera bellissima e profonda, di intensità rara, di fronte a cui si possono spalancare gli occhi con sconcerto o chiuderli con solenne rassegnazione.

domenica 9 ottobre 2011

(Mini)serie tv mon amour: 9. Dowton Abbey


La sorpresa trionfale degli ultimi Emmy Awards è stata la molteplice vittoria di una miniserie poco nota che di mini non ha nulla ma che si staglia superba e possente sul panorama televisivo seriale: Downton Abbey.
Miglior miniserie, miglior sceneggiatura (Julian Fellowes), miglior regia (Brian Percival), miglior attrice non protagonista (Maggie Smith): tutti premi meritatissimi che sarei andata a consegnare di persona io stessa!
Si tratta di un dramma inglese in costume prodotto dalla britannica Carnival Films per il network ITV, creato e sceneggiato da Julian Fellowes, già premio Oscar nel 2002 per la sceneggiatura di Gosford Park di Robert Altman, e diretto da Brian Percival, con attori di grande bravura e fascino british come Hugh Bonneville (Notting Hill, Mansfield Park) e con un'attrice premio Oscar del calibro di Maggie Smith.
Gli elementi per fare di Downton Abbey una serie elegante, raffinata e di prima qualità c'erano tutti ed il risultato finale è quello di un prodotto televisivo dal carattere cinematografico, ampio, panoramico, “altmaniano”, girato con maestria da grande schermo, recitato con stile e curato nei minimi dettagli (ogni puntata è costata più di 1milione di sterline!) fino a divenire il perfetto affresco di un'epoca, di un paese, di una famiglia, un dipinto minuzioso e indimenticabile dalle sfumature molteplici.
Sullo sfondo dell'Inghilterra di Re Giorgio V, qualche anno prima della Prima Guerra Mondiale, in particolare nel biennio 1912-1914, la serie ruota intorno all'immaginaria Downton Abbey nello Yorkshire (si tratta in realtà del Castello di Highclere nell'Hampshire), nobile dimora del Conte e della Contessa di Grantham, e segue le vicende dell'aristocratica famiglia Crowley e della servitù che lavora al suo seguito.
Tutto ha inizio con l'affondamento del Titanic del 1912, durante il quale perdono la vita anche due cugini di Lord Crawley, uno dei quali destinato in marito alla primogenita Mary; ciò innescherà delle contorte vicende burocratiche legate all'eredità, dal momento che il Conte non ha figli maschi e che l'erede sembrerebbe essere un lontano parente avvocato medio-borghese.
Denaro, proprietà, facciata e altre classiche “problematiche” nobiliari vengono presentate puntata dopo puntata attraverso la vita quotidiana di questa famiglia, osservata quasi con una lente d'ingrandimento.
Parallelo al mondo ovattato e (finto)calmo dei piani superiori scorre il frenetico e ipercinetico mondo della servitù, attraversato da altrettante tensioni, rivalità, attrazioni e repulsioni.
Due mondi così lontani socialmente eppure così vicini fisicamente e moralmente, in cui ogni personaggio ha qualcosa di spiccato, di umanamente interessante sia nel bene che nel male.
Tutto è così meravigliosamente inglese e io vado matta per le atmosfere e l'estetica british!
Tanti sono stati i richiami cinematografici e letterari a venirmi in mente guardando Downton Abbey: a parte l'ovvia impronta in stile Altman che richiama Gosford Park, vengono in mente anche Quel che resta del giorno e altri film in costume di James Ivory, Ritratto di signora di Henry James, i salotti e le sale da té dei romanzi di Jane Austen, l'Inghilterra popolare e umile dei romanzi di Dickens, gli scenari aristocratici e perfidi dei gialli di Agatha Christie e tanti altre suggestioni tipicamente inglesi.
A parte qualche piccola pecca di seriosità british (la parte giuridico-burocratica dedicata all'eredità), la miniserie rimane comunque qualcosa di superbo e di coinvolgente, di esteticamente appagante, una saga sceneggiata in modo impeccabile, da cui non si riesce a staccare gli occhi, in cui ogni personaggio in scena ha qualcosa di interessante da dire e da fare, con una colonna sonora indimenticabile, una fotografia perfetta e tanti altri pregi: uno su tutti la forza delle sue donne, eroine di tipo "austeniano", vera anima e traino della serie.
Un prodotto televisivo di pura e semplice bellezza, con la forza di un film d'autore e di un romanzo mozzafiato.
Che dire: Dio salvi la Regina e la televisione inglese!

martedì 4 ottobre 2011

I Love Books: 17. L'estate francese


Siamo in ottobre, l'estate sembra non volersi fare da parte ed è un bene perché libri del genere possono essere letti e apprezzati solo d'estate, con lo spirito leggero e poco profondo che questa stagione possiede e infonde.
Al centro della vicenda narrata, - ambientata per lo più a Londra, con intermezzi africani e francesi - c'è la ricca e alto-borghese famiglia Keeler capitanata dalla madre Diana, avvocato di successo, donna altera e raffinata, lacerata da segreti dissidi interiori. Sono proprio i segreti o meglio il segreto di Diana il cuore e il mordente di questo romanzo. Accanto a lei i tre figli maschi e i loro amori: l'avvocato Aaron che si innamora di Julia, ragazza di umili origini conosciuta alla facoltà di legge, il chirurgo Rafe che sposa Maddy, un'aspirante attrice emotivamente fragile, e infine Josh, il più schivo e riservato dei figli, architetto nelle zone più povere del mondo, il cui cuore batte per Niela, rifugiata somala dal passato problematico.
Il romanzo dà ampio spazio alla descrizione della vita e del mondo delle tre donne di cui si innamoreranno i tre fratelli Keeler, e sono proprio loro, insieme alla matronale Diana, le vere protagoniste di questa saga familiare che nasconde tensioni, odi repressi, verità inconfessabili.
Che dire...Il libro è scorrevole, leggero, estivo come il titolo che porta, intrigante. Nel suo filone "facile" e per tutti è sicuramente un romanzo riuscito e scritto bene, con passione, abilità e furbizia; decontestualizzato e preso da solo è solo un romanzetto da spiaggia veloce e inconsistente come il vento d'estate, senza anima e senza forza, senza la capacità di imprimersi nella memoria di chi lo legge. E infatti non me ne ricorderò a lungo!
Ideale per una vacanza rilassante del corpo e della mente, ideale per la spiaggia e la stagione calda o per un ottobre come questo!

domenica 2 ottobre 2011

Serie tv mon amour: 8. The big C


La prima stagione di The big C per me era stata una folgorazione, un'autentica rivelazione nel panorama televisivo seriale, una dimostrazione di classe e approccio non scontato alla fastidiosa e delicata materia “cancro e come viverlo”, un esempio di eccellente e profonda partecipazione attoriale. Laura Linney (che non a caso ha vinto il Golden Globe 2011 grazie a questa serie), è memorabile, stupenda, pazzesca nel suo difficile ruolo di donna malata e dona a questa serie un carattere solare e positivo, persino buffo nonostante lo spietato tema trattato, ha la capacità di far tirare un respiro di sollievo di fronte alla grande paura universale che ci accomuna tutti.
La seconda stagione di The big C, appena conclusasi, è, se possibile, migliore, ancora più piacevole e divertente e commovente della prima, ancora più ben sceneggiata e recitata, ancora più “miracolosa” e preziosa della precedente .
Dopo il vitalismo sfrenato e arrabbiato del primo impatto con la malattia, Cathy appare adesso come una donna più serena e posata, sempre col sorriso sulle labbra e meno concentrata sul pensiero della morte. La serie acquista così un carattere ancora più spensierato e “menefreghista” rispetto all'imponenza mostruosa della malattia: in barba alla tristezza obbligata da copione, la famiglia Jamison ride, scherza, combina guai, e Cathy nuota spensierata in tutto questo fluire di vita quotidiana.
La malattia, la grande C, che era protagonista assoluta della prima stagione, di cui si avvertiva la presenza quasi fisica, adesso si mette da parte e, pur continuando ad esistere, diventa qualcosa dai contorni meno netti e definitivi, uno spauracchio meno mostruoso con cui convivere normalmente. Come a dire che la malattia può esserci ma con essa anche e ancora l'amore, il sesso, l'amicizia, il buon vino, e le altri mille cose che rendono “sana” e vivibile anche la più malata e cancerosa delle vite.
Strano ma vero: si può ridere di gusto guardando questa serie, si può riacquistare il buon umore e un senso di conciliante benessere dopo averne visto una puntata, si possono sentir nominare parole come “cancro” ,“metastasi”, “melanoma”, senza provare uno spiacevole brivido e un senso atterrito di disagio, si può guardare il manifestarsi della morte senza sentirsi depressi e infastiditi dopo, ma al contrario sereni e rilassati.
Uno dei pregi di questa serie è proprio questo, dare alle cose tragiche un aspetto più delicato e tranquillo, ridimensionare il dolore, prenderlo in giro, prenderlo a calci, ridurre l'enormità delle paure a favore di un sorriso, una risata, una sciocchezza di importanza vitale. Consiglio a tutti di vederla!