lunedì 28 novembre 2011

Perché guardo X Factor?


Qualcuno di voi guarda come me X Factor con interesse e costanza pur sapendo che non comprerebbe mai e poi mai il disco di uno dei cantanti in gara e che ciò che sta guardando non è musica di qualità ma robaccia televisiva volatile e passeggera?
Se la risposta è si, potete continuare a leggere questo post e a chiedervi insieme a me perché mai lo facciamo.

Dunque, quest'anno , per quel che riguarda i giudici, c'è tanta carne al fuoco, carne di qualità e specie diverse messa a cuocere insieme nonostante i sapori diversi e discordanti.
Come al solito odio quella vecchia vacca di Simona Ventura, con quelle sue espressioni posticce da commedia dell'arte, le movenze scattose da cocainome siliconata, la finta erudizione e il parlare da grande esperta quando di musica non sa nulla e il suo repertorio contempla Tiziano Ferro come massima espressione di qualità canora.
Ce n'eravamo liberati ma a quanto pare al programma mancava la sua parte tamarra.
Elio è l'unico che stimo, un grande cultore della musica e della sua difficile tecnica, un maestro, oltre che un trasformista spontaneamente comico, un portatore sano di peli e di idee interessanti. Peccato debba occuparsi dell'inutile categoria dei gruppi, notoriamente antichi e invendibili nel mercato discografico odierno.
Morgan è il solito Morgan con il ciuffo grigiastro e stoppaccioso e l'aria autocompiaciuta da artistoide tossico e creativo, da poeta delirante e visionario che veste in modo strano e parla in modo strano. Lo trovo davvero patetico e a volte mi fa persino pena.
Infine Arisa. Che dire di lei, mi piace tanto il suo stile, la sua faccia buffa, il suo taglio di capelli e il suo essere strategicamente finto-tonta, eppure mi chiedo cosa ci faccia una che ha fatto un paio di album al massimo e che canta canzoncine iper-pop come "Sincerità" a giudicare giovani talenti. Non è troppo presto per passare dall'altre parte del banco? Bah...
Riguardo ai cantanti in gara, come ogni anno nessuno di loro mi ha colpito particolarmente e so già che una volta finita questa edizione scompariranno tutti tornando dal nulla in cui sono venuti, poveri illusi.
Sono bravi per carità, alcuni di loro hanno estensioni vocali infinite e davvero notevoli, ma nessuno di loro ha quel qualcosa in più, quel magnetismo che un grande cantante dovrebbe avere. Sono anonimi e pure bruttini.
L'unica che ha fatto breccia nelle mie orecchie e che è balzata ai miei occhi è la più giovane, Francesca, di soli 16 anni; è bella, brava, intensa quando canta e per la sua età ha una cultura musicale davvero ricca e raffinata. Mi piace. Idem il presentatore Cattelan, simpatico e abile nella conduzione del programma.
Per il resto continuo a chiedermi: perché mai guardo X Factor e mi piace pure?

Francesca

venerdì 25 novembre 2011

Serie tv mon amour: 14. Suburgatory


Ultimamente scrivo solo post di serie tv, sono monotematica lo so, ma ne seguo così tante che sento il bisogno impellente di condividere e diffondere questa passione ad alto contenuto di asocialità.
Perciò perdonatemi e veniamo a noi e ad un'altra serie, Suburgatory.

Non è niente di speciale, una sit-com leggera e disimpegnata; è il suo stile più che il suo contenuto a renderla piacevole ai miei occhi.
George (Jeremy Sisto, noto volto della serie Six Feet Under) è un giovane padre single che decide di lasciare New York e trasferirsi nei sobborghi per poter garantire alla figlia Tessa (l'esordiente Jane Levy) una vita più sana e tranquilla. Tessa è la tipica adolescente newyorkese di Manhatthan, spigliata, indipendente, stimolata intellettualmente dalla città, e l'impatto con la soporifera periferia e con tutti i suoi strani rituali sociali le sembrerà un grande e traumatico incubo.
La “suburbia” in questione, nella fattispecie la fittizia Chatswin, è infatti la classica periferia medio-borghese americana, quella fatta di graziose villette a schiera tutte uguali e perfette, di vialetti alberati illuminati sempre dal sole, di vistosi Suv parcheggiati ai lati e di barbecue sempre pronti a sfrigolare per party domenicali tra buoni vicini. Per chi, come i due protagonisti, viene dal cuore della città, dove si vive in appartamento, dove regnano il caos e la tipica asocialità metropolitana, questo nuovo mondo è qualcosa di destabilizzante, un'esperienza assurda.
Tutto è reso con colori accesi, quasi fluo come fosse finto, un cartonato, o forse come gli occhi sgomenti di Tessa e George lo vedono, e questo aspetto è molto interessante e visivamente coinvolgente.
Lo stile grottesco e picaresco, quasi felliniano, con cui sono rappresentati la periferia e i suoi abitanti, l'attitudine satirica, la scelta di un'estetica “inestetica” danno a questa serie un brio e modus tutto suo.
Se a ciò aggiungiamo il sarcasmo tagliente del personaggio di Tessa, che mi ricorda le adolescenti inquiete e buffe di Diablo Cody, lo scambio serrato di battute, le gag e le scenette ai limiti del demenziale, Suburgatory può essere considerata una serie piacevole e godibile, in cui le risate non sono proprio inarrestabili ma in cui stile e carattere non mancano.


martedì 22 novembre 2011

Serie tv mon amour: 13. Pan Am


Questa serie mi piace e non mi piace, mi fa oscillare tra l'idea che sia una bel prodotto di qualità e l'idea che sia una robetta superficiale senza infamia e senza lode.

Pregi: l'impeccabile estetica vintage, la rappresentazione filologicamente perfetta degli anni '60, lo stile vagamente "Mad Men" dal quale tuttavia si allontana saggiamente senza provare a imitarlo (cosa che ha tentato di fare The Playboy Club con esiti disastrosi!).
Tutto, dalle musiche ai costumi ai tagli di capelli è reso con millimetrica cura e precisione, tutto è un belvedere in Pan Am, non c'è una sola nota stonata nel suo aspetto e questa cura aggrada non poco chi la guarda. E poi ci sono le hostess, donne belle, raffinate e intelligenti, vere protagoniste della serie, a metà tra tradizione e trasgressione pre-femminista.
C'è Maggie (la "tascabile" Christina Ricci-occhi enormi), la più ribelle e fiera di tutte, c'è la francese Colette (Karine Vanasse), la mia preferita, di cui adoro la frangetta e il carattere, ci sono le due sorelle Kate (Kelli Garner) e Laura (Margot Robbie).
Tutta la serie ruota intorno all'universo multisfaccettato di queste donne in uniforme blu che rappresentano un primo significativo embrione di femminismo e di liberazione dei costumi, e per questo Pan Am mi piace molto.

Difetti: l'attitudine da romanzo rosa, il suo flirtare spesso e volentieri con la soap opera, la mancanza di tensione soprattutto in alcune puntate che rimangono come sospese senza arrivare mai da nessuna parte, ad un punto forte, il poco spessore e la poca profondità come si trattasse solo di una bella confezione vuota, e poi boh...

Oscillo come gli aerei della Pan Am tra alta e bassa quota, a volte decollo e mi entusiasmo, altre atterro e mi sento delusa!

Maggie
Kate e Laura
Colette, la mia preferita!
Ancora Colette, puro charme francese!

domenica 20 novembre 2011

La donna della domenica: 11. Amy Farrah Fowler


Amy Farrah Fowler è la mia nuova eroina! Da anni non vedevo in una sit-com un personaggio femminile così autoironico, esilarante e sopra le righe. E' la nerd più nerdosa che si possa immaginare e il bello è che lo è in modo assolutamente inconsapevole e spontaneo, lo è proprio nel dna!
Sfigata, sociopatica, monomaniaca, bruttina, démodé, repressa sessualmente, imbranata con gli uomini e goffamente arrapata, opprimente con le amiche ai limiti del lesbismo, io la adoro per tutto questo, è un autentico spasso. Con i suoi cardigan di lana spessa, le sue gonnellone anti-stupro, i suoi occhiali, i suoi capelli piatti e quella voce un po' da automa, ha una forza iconica unica e rimane in testa come fosse un cartone animato, un fumetto.
Nella realtà è l'attrice Mayim Bialik nota al pubblico degli anni '90 per il telefilm Blossom, in The Big Bang Theory è una geniale neuroscienziata dal quoziente intellettivo pari solo a a quello del suo corrispettivo maschile, Sheldon, e quando i due sono in scena insieme scappano le lacrime dal ridere, sono pazzeschi! Applausi per Chuck Lorre e Bill Prady che li  hanno creati!
Amy è apparsa per la prima volta nell'ultima puntata della terza stagione, in seguito all'appuntamento combinato on-line da Wolowitz e Koothrappali per trovare una fidanzata a Sheldon, e mi era già sembrata una novità interessantissima. Adesso che la serie è giunta alla 5^ stagione la fidanzata mooolto platonica di Sheldon è un assoluto portento, al punto che a volte riesce nell'impresa non facile di rubare la scena a quella macchina da guerra di risate che è appunto il suo strambo "compagno".

Amy: Should I go? I’ve been told sometimes I overstay my welcome.
Leonard: Oh, who told you that?
Amy: Well… most recently, my gynecologist.
Leonard: Well, you stay as long as you like.
Amy: I’m glad to hear you say that, because I’m having a wonderful time. Hmm. I said the same thing to my gynecologist.

sabato 19 novembre 2011

Serie tv mon amour: 12. The Walking Dead


All'inizio tanta noia e scetticismo, la scelta di vederlo solo per accontentare il mio ragazzo, patito di letture zombesche, a cui spesso ho fatto sorbire serie molto poco maschili.
Sbadigliavo sul divano e ogni tanto dicevo un "Bleah!" nemmeno troppo convinto alla vista di tutte quelle interiora e quei corpi squartati. Mi dicevo e gli dicevo "Non è proprio il mio genere, proprio per niente" e mi atteggiavo a cultrice raffinata di serie tv di ben altro stile. Stupida, non sapevo quel che dicevo!
Sono bastate poche puntate a farmi ringalluzzire e a crearmi, passo dopo passo, zombie dopo zombie, una forma di dipendenza seria e accanita che con la seconda stagione ha raggiunto livelli di fanatismo puro (di quelli che ti ritrovi a parlare con lo schermo e a dare consigli o fare rimproveri agli ignari protagonisti!).
The Walking Dead è una serie che carbura lentamente, che si scalda piano piano; se si ha la pazienza di superare un inizio un po' moscio che non si sa dove vuole andare a parare, e di aspettare che passi la parte di mera presentazione, fatta di molte sequenze silenziose interrotte qua e là solo da mostruosi morti ambulanti, si arriva al cuore di una serie davvero avvincente, intrigante e, a sorpresa, intelligente.
Lentamente qualcosa prende forma, nascono storie ricche di mordente, si scoprono segreti, si creano retroscena fighissimi, si comincia ad amare e odiare determinati personaggi e poi alla fine, come dicevo, a interagire con lo schermo in un eccesso di empatia.
La 1^ stagione per me è stata degna di interesse solo verso le puntate finali, quando la parte zombesca ha lasciato spazio alla parte umana e alle dinamiche di gruppo, ma la 2^ stagione ancora in corso è mozzafiato, è un treno partito a tutta velocità che non ha intenzione di fermarsi.
E la cosa bella è che gli zombie da me tanto odiati, con il loro aspetto orrendo e ridicolo da film di serie b, la loro estetica trash che non rientra nelle mie corde, alla fine non sono poi così protagonisti in questa serie, dove i veri morti che camminano, i veri mostri (di cattiveria o di coraggio), le vere minacce sono gli esseri umani.
Odio i film in stile "28 giorni dopo", gli scenari apocalittici, le minacce chimiche o aliene o mostruose all'umanità, odio gli splatter e i pezzi di carne insanguinati e volanti, odio le teste sminchiate degli zombie da cui si intravedono ossa e denti in putrefazione, odio il rumore viscido e gelatinoso delle asce che spaccano quelle teste, ma, con mio grande stupore, amo The Walking Dead!

martedì 15 novembre 2011

Non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.

Ieri sera, forse sulla scia del programma televisivo MasterChef che ultimamente e inspiegabilmente mi appassiona sempre più, ho rivisto Ratatouille e ancora una volta l'ho trovato il più bel film d'animazione Disney-Pixar che sia mai stato realizzato! Perfezione tecnica e grafica impeccabile ma anche tanta umanità, sentimento, intelligenza, magia, atmosfera parigina romantica, classe e genio. La recensione del critico culinario Anton Ego è qualcosa di geniale e brillante, perfino commovente, così come il suo indimenticabile personaggio.

Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ma ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero. Ad esempio, nello scoprire e difendere il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti e alle nuove creazioni: al nuovo servono sostenitori! Ieri sera mi sono imbattuto in qualcosa di nuovo, un pasto straordinario di provenienza assolutamente imprevedibile. Affermare che sia la cena, sia il suo artefice abbiano messo in crisi le mie convinzioni sull'alta cucina, è a dir poco riduttivo: hanno scosso le fondamenta stesse del mio essere! In passato non ho fatto mistero del mio sdegno per il famoso motto dello chef Gusteau "Chiunque può cucinare!", ma ora, soltanto ora, comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque. È difficile immaginare origini più umili di quelle del genio che ora guida il ristorante Gusteau's e che secondo l'opinione di chi scrive, è niente di meno che il miglior chef di tutta la Francia! Tornerò presto al ristorante Gusteau's, di cui non sarò mai sazio. (Anton Ego)




lunedì 14 novembre 2011

I Love Books: 19. Eugénie Grandet


Aver letto questo libro in tempi di crisi economica sia storica che personale è stato poco consolante e parecchio snervante e se a ciò aggiungo il fatto che dal punto di vista letterario non sono riuscita ad apprezzarlo, posso ben dire che è stata una lettura rapida, indigesta e deludente.
Mi aspettavo una gran bella opera ricca e romanzesca "alla Flaubert", un capolavoro, un classico irrinunciabile, ma sono rimasta delusa.
Il trionfo della monotonia e della tristezza, la piaga del provincialismo resa libro, la Francia meno elegante e avvincente che si possa immaginare in un romanzo.
Il realismo, che è alla base dello stile e della scrittura di Balzac, riduce la narrazione all'essenziale ed è tagliente nella sua spoglia freddezza, nella mancanza di orpelli e abbellimenti letterari dedicati al lettore, e così il romanzo mi è risultato noioso, freddo, arido, privo di quel calore romanzesco tipicamente francese.
Balzac, raccontandoci la storia del ricchissimo e avaro vignarolo Grandet, che fa un baffo all'avaro di Moliere e che riduce la figlia Eugénie e la povera moglie in condizioni di vita misere, elenca numeri, cifre, ricchezze e averi, noie da ragioneria, in un modo fastidioso e snervante pari solo al carattere dell'antipatico spilorcio Grandet. Quest'ultimo è un personaggio davvero insopportabile, in grado di farmi innervosire come pochi, una merda umana. Idem per quanto riguarda il personaggio di Eugénie, remissivo ai limiti della stupidità, verginale e sottomesso in quel modo insopportabile alla Lucia Mondella.
Balzac è il maestro di quella che è stata definita la "commedia umana", una sorta di studio su usi e costumi della borghesia francese del suo tempo e io posso capire la sottile ironia e l'ammirevole analisi antropologica nascosta dietro tutto questo, ma non sono riuscita nè a sorridere nè ad ammirare questo osannato romanzo.


L'incipit rede bene la tristezza che pervade tutto il libro fino alla fine (per fortuna sono solo 160 pagine!):

In alcune provincie si trovano case la cui vista ispira una malinconia simile a quella dei chiostri più tetri, delle lande più desolate, delle rovine più tristi: in queste case vi sono forse qualche volta e il silenzio del chiostro, e l'aridità delle lande, e le rovine. Vita e movimento vi sono così tranquilli che un forestiero le riterrebbe inabitate, se d'un tratto non incontrasse lo sguardo smorto e freddo di una persona immobile, la cui figura, mezzo monastica, sporge dal parapetto della finestra al rumore di un passo insolito. Tale melanconia esiste anche in una casa di Saumur, in cima alla via montagnosa che mena al castello nella parte alta della città.

domenica 13 novembre 2011

Serie tv mon amour: 11. Bored To Death


Questa serie targata HBO mi rilassa e mi mette troppo di buon'umore, ha un brillante mood "woody-alleniano" che fa molta presa su di me: un ragazzo un po' sfigato e buffo e le sue imprese semiserie, una New York ricca di avventure e quotidianità non scontata, personaggi simpatici e strampalati, battute furbe, situazioni noir-demenziali e tanto altro ancora, il tutto con un taglio sottilmente sofisticato e finto-ingenuo. Impossibile annoiarsi a morte!
Il trio che anima Bored to Death è la perfetta sintesi di simpatia e grottesco, con l'irresistibile e "tascabile" Jason Schwartzman, il tondo e barbuto Zach Galifianakis che fa ridere solo a guardarlo e lo spilungone dinoccolato e bianco crinito Ted Danson.
Schwartzman, nel ruolo di Jonathan, uno scrittore in crisi creativa e sentimentale che si reinventa detective privato dopo aver letto un libro di Chandler, è piacevolissmo, un cucciolo d'uomo smarrito e solitario, un irresistibile loser; mi ricorda tanto Woody Allen, con la sua bassa statura, l'aspetto fisico sui generis e indie, l'impermeabile e le velleità da scrittore-creativo, le paure, i vizi (canne e vino!), le crisi, le stranezze.
Simpaticissimo anche Galifianakis nel ruolo di Ray, il fumettista migliore amico di Jonathan, sempre un po' depresso e negativo, trasandato e rimbambito, una macchietta sovrappeso. E poi c'è l'editore di Jonathan, George (Ted Danson), un donnaiolo incallito e sregolato, dedito a party, alcol e sesso di ogni tipo e genere nonostante non abbia più l'età; anche lui un autentico spasso.
Uomini in crisi assolutamente ridicoli e adorabili, persi e perdenti, che puntata dopo puntata, caso dopo caso, riservano scene divertenti e amabilmente sopra le righe.
Le puntate sono rapide al punto giusto, venti minuti circa di puro benessere e sostenibile leggerezza.
Tre le stagioni in tutto (la 3^ è ancora in corso); io sto finendo solo adesso la prima perché ho scoperto la serie di recente, ma credo proprio che divorerò avidamente tutte le puntate come fossero romanzi hard-boiled. Adoro questo genere di cose!


(Carinissima anche la sigla iniziale cantata dalla band dello stesso Schwartzman e da lui scritta insieme a Jonathan Ames, ideatore della serie).

mercoledì 9 novembre 2011

I Love Books: 18. Libertà


Chi conosce Franzen e come me ha letto in particolare il suo immenso Le correzioni (2001) sa a cosa va incontro accingendosi a leggere un suo libro, una delle sue opere-mondo dense, fitte e corpose.
Chi non lo conosce e lo legge per la prima volta potrà rimanere basito e annoiato e mollare la lettura dopo poche pagine, o al contrario, potrà andare avanti e scoprire l'entusisamo e il piacere di leggere qualcosa di superbo, letteratura americana di prima qualità.

Ho appena finito Libertà (2010) e devo dire che mi è piaciuto di più del precendente romanzo, di cui ha lo stile, la mole e la bruciante malinconia ma anche un'ironia agrodolce e un romanticismo più spiccati .
I protagonisti del romanzo sono dotati di una plasticità, di una verosimiglianza tangibile che li rende vivi e vegeti agli occhi di chi legge: sono descritti talmente bene da dare l'illusione che ciò che stiamo leggendo sia storia vera.
La trama, volendo semplificare molto, è quella di un triangolo amoroso-amicale che si protrae nel tempo e segna le vite di chi vi è coinvolto: Patty, bella, alta, atletica ragazza borghese americana, il fidanzato poi marito di lei e padre dei suoi figli, Walter, timido, sensibile e innamorato di Patty fino all'annientamento personale, e il migliore amico di Walter, Richard, musicista, donnaiolo, sregolato e affascinante, di cui Patty è (nemmeno tanto) segretamente innamorata. Detta così sembra una classica storia sentimentale a tre ma tutto ciò in cui è immerso il romanzo è ben altro, è molto di più, è un intero universo.  
Libertà è pieno zeppo di spunti, fatti, storia, politica, è un'epopea americana dai rampanti anni '80 fino ai difficili anni Duemila della presidenza Bush e alla ferita storica del 2011, parla di matrimonio, di famiglia, di genitori, di figli adolescenti che scappano di casa, di sesso, di congiunture politiche, di ideali ecologici a impatto zero, di crisi demografiche (geniale il progetto anti-natalità di Walter!), il tutto in un fluire impazzito del concetto di libertà.
Scritto in modo divino, da grande maestro della letteratura qual è Franzen, il romanzo è lento, denso, con descrizioni dettagliate e periodi lunghi tutti d'un fiato, nel tipico stile "proustiano" dell'autore, forse un po' pesante e poco fluido in certi punti che tuttavia si superano facilmente.
E' un affresco spietato e sarcastico ma anche romantico e commovente sulla famiglia americana di oggi e sul mondo in cui viviamo, dove la libertà, nel suo eccessivo e onnipresente manifestarsi, può diventare catastrofica e far male, può degenerare in dolore.
Visto più semplicemente è una storia d'amore struggente e pazzesca, di quelle memorabili.
Patty, Walter e Richard, ma anche gli altri personaggi come Joey, Jessica e Lalitha, sono indimenticabili e una volta letti diventano memoria letteraria di tipo classico e senza tempo.


"Ogni giorno aveva a disposizione l'intera giornata per escogitare un modo di vivere dignitoso e soddisfacente, eppure tante possibilità di scelta e tanta libertà sembravano solo renderla più infelice. L'autobiografa è quasi costretta a concludere che si compativa proprio perché era libera".(p.200)

lunedì 7 novembre 2011

L'apocalisse di Dexter?


Un'altra serie eccezionale che perde colpi e smalto fino a diventare noiosa. Già, perché la sesta stagione di Dexter, almeno per le 5 puntate che ho visto, ha dei buchi di sceneggiatura grandi quanto crateri vulcanici e riempiti con materiale poco caldo e coinvolgente, con roba insulsa e, - cosa assurda per una serie adrenalinica e tesa come Dexter -, annoiante.
La serie di omicidi principali che attraversa questa stagione è quanto di più visto e già sentito al cinema e in tv: la matrice biblico-apocalittica dei crimini, con il classico fanatico ipercristianizzato e il discepolo succube che vogliono svelare al mondo la perdizione dell'uomo, l'avrò vista mille volte e non mi convince più.
La corrispondenza di ogni delitto ad un versetto della Bibbia è ormai un cliché, uno stilema usato fino alla nausea, che poteva risultare geniale ai tempi di Seven ma che oggi sembra solo roba vecchia, un rottame di sceneggiatura riciclata.
Che fine hanno fatto l'originalità, i risvolti spiazzanti, i colpi di scena al cardiopalma, le sceneggiature di qualità e di pienezza che hanno fatto di Dexter, a parte qualche stagione un po' più debole, un capolavoro di serie tv?
E' anche vero che Dexter ha avuto spesso una qualità altalenante, con picchi di perfezione (per me la 1^ in assoluto, la 4^ e la 5^ stagione) e rovinose cadute in basso (la 2^ stagione più di tutte), ma ciò può capitare anche ai migliori e la media di Dexter rimaneva comunque alta.
Adesso però ci aggiriamo nel terreno fisiologico della stanchezza, degli sgoccioli, del tutto-è-stato-già-detto-fatto-inventato, e allora ci sono momenti vuoti con dialoghi lenti che potrebbero essere risolti in due battute come quelli tra Dexter e il pio brother Sam (il rapper Mos Def), una specie di pastore delle anime ex galeotto, trovate riempitive pseudo-toccanti come l'appendicite improvvisa del piccolo Harrison o momenti di pura inutilità come il dialogo di Debra (oberata dalle responsabilità in quanto nuovo capo del dipartimento) con la psicologa in seguito al quale decide di prendere una casa in affitto...Wow, che trovate spiazzanti...
Una novità dalle buone potenzialità potrebbe essere il nuovo arrivato, il detective Mike Anderson (Billy Brown): chissà che non diventi un nuovo stana-sgama-Dexter!
Vedremo come andrà nelle prossime puntate, magari ci sarà un'impennata inattesa. Lo spero, ma per quello che ho visto finora il passeggero oscuro ha dimenticato come si viaggia e Dexter ha dimenticato come si affascina e ipnotizza il pubblico.

i due psicopatici killer religiosi protagonisti della stagione
Brother Sam (che verrà presto accoppato)
Debra con Mike Anderson, nuovo detective della squadra su cui punto tutto!

domenica 6 novembre 2011

Serie tv mon amour: 10. 2 Broke Girls


Sono pazza delle due “Broke Girls”, le due aspiranti self-made women ai tempi della crisi, protagoniste dell'omonima serie creata da Michael Patrick King (noto soprattutto per essere sceneggiatore, produttore e regista di molti episodi di Sex & The City).
Max (Kat Dennings) mora, dalla prosperosità esuberante e dalla lingua tagliente, è una ragazza autoctona di Brooklyn, che non ha mai conosciuto ricchezza e agi e che riesce ad essere autoironica in modo esilarante. Lavora in una tavola calda dello stesso quartiere ed è lì che si imbatte in Caroline (Beth Behrs), il suo esatto contrario, l'altra faccia dell'essere donna a New York. Caroline è infatti un'ex ricchissima erediteria in pieno stile Paris Hilton ma più ingenua, che si ritrova suo malgrado a mendicare un lavoro alla tavola calda in seguito alla bancarotta del facoltoso padre. È una principessa d'altri tempi, biondissima, elegantissima con indosso gli unici abiti firmati e i gioielli che le sono rimasti, magra in modo trendy ed educata in quel modo tipico da ragazza dell'Upper Class.
Il contrasto tra le due ragazze e i loro pianeti di provenienza distanti anni luce, tra la mora proletaria e la bionda figlia di papà, dà vita a situazioni davvero divertenti, con botta e risposta sagaci, battute esilaranti ed astute, momenti di pura risata.
A rendere ancora più divertente la serie ci sono poi personaggi di contorno spassosi e macchiettistici, come Oleg, il cuoco perennemente arrapato che si esprime per metafore sessuali, o Han “Bryce” Lee, il piccolo e tondo asiatico gestore della tavola calda, o il cavallo Chestnut, ultimo residuo della vita agiata di Caroline, che adesso vive nel retro dell'appartamento delle due ragazze.
2 Broke Girls mi piace perché è una serie con personalità e stile, che si distingue dalle ultime comedy per originalità e brillantezza, per trovate comiche e battute convincenti. Le due attrici sono perfette nel loro ruolo, e credo siano destinate a diventare una coppia comica memorabile; l'ambientazione newyorkese, con la classica tavola calda e l'appartamento condiviso, dona calore e vivacità ad una serie che, puntando sull'attualità della crisi economica, risulta tutt'altro che povera e in crisi.

 

venerdì 4 novembre 2011

Ridatemi Nathan!

Chi è costui?


Ieri ho visto la prima puntata della 3^ stagione di Misfits e subito mi sono accorta di quella lacuna, di quella mancanza abissale che temevo di provare una volta iniziata la visione: NATHAN.
Mi è mancato tutto di lui, la sua massa di capelli ricci, il suo volto da bambino furbo, la sua bastardaggine, il suo egocentrismo, la sua volgarità, le sue allusioni sessuali, le sue metafore disgustose...Pensavo di averla superata ma non era così e allora sono tornata prepotentemente a chiedermi: come hanno mai potuto eliminare da una delle serie più fighe di sempre uno dei personaggi più forti, fighi, straordinari che si sia mai visto in una serie tv dalle origini ai giorni nostri? Come hanno potuto cestinare quel capolavoro di sceneggiatura umana, quella perfetta genesi televisiva, quella meraviglia rara che era Nathan? Ma perchè, perchè?
Ciò che hanno fatto è scandaloso, è illegale, è come se avessero tolto Don Draper da Mad Men o Dexter Morgan da Dexter o Bill Cosby dai Robinson e li avessero sostituiti con versioni posticce e similari dei loro personaggi, come a non voler far notare l'assenza e a tentare un misero inganno.
La cosa più irritante è che il sostituto di Nathan, il nuovo arrivato Rudy, è la sua copia carbone, una sua versione dai capelli corti e dai denti più brutti, un rimpiazzo con i tatuaggi che tenta di non far notare la differenza atteggiandosi e dinoccolandosi alla maniera del suo illustre predecessore.
Avrebbero almeno potuto tratteggiarlo diversamente, dargli una personalità sua peculiare e un modo di fare "alla Rudy" che non fosse lo stesso modo di fare di Nathan. Così sarà inevitabile fare confronti per tutta la durata della stagione, ricordare e rimpiangere l'irresistibile ricciolino mandato a Las Vegas per non dire a quel paese, invece di farsene una ragione e dimenticarlo. Che rabbia!
Per il resto la serie sembra partita bene e desta subito curiosità il cambio dei poteri e la stranezza di alcuni di questi (mi ha colpito in particolare il nuovo potere di Curtis ma non voglio spoilerare!).
C'è sempre quel mix di avventura, atmosfera surreale, audacia, maleducazione, ruvidità britannica che rendono Misfits una serie interessantissima e unica nel suo genere ed è per questo che continuerò a vederla nonostante tutto, anche se qualcosa è cambiato e non tornerà più come prima.
Ecco, se avessi un potere alla Misfits vorrei fosse quello di riportare indietro le persone e i personaggi, Nathan prima di tutti.

Trova l'intruso
Eccolo!
disperazione...
...e rabbia di Nathan dopo aver visto Rudy