mercoledì 28 settembre 2011

Grazie ai miei 100 "seguaci"!


Grazie di cuore a tutti voi 100 che visitate e seguite il mio blog, per me significa tanto, davvero!

martedì 27 settembre 2011

Serie tv mon amour : 7. New Girl


Che amo Zooey Deschanel in modo saffico e fanatico è cosa nota che ho già dichiarato in un apposito post a lei dedicato. Non perdo occasione per seguirla, sottoforma di attrice, cantante o icona di stile ed è sempre un piacere speciale vederla all'opera o anche solo sorridere o sgranare gli occhioni azzurri o indossare qualcosa di assolutamente particolare o fare delle facce buffe...
Non ho perso perciò tempo nell'iniziare a vedere la nuova serie tv targata Fox che la vede protagonista "New Girl", una novità allegra e spensierata che ci tirerà su e ci colorerà l'umore nelle fredde serate invernali dai toni grigi.
La trama della serie è molto americana e classica, la tipica sit-com con dinamiche da appartamento: Jess (Zooey appunto), giovane donna strampalata, buffa e canterina, tradita dal suo fidanzato, va ad abitare in una nuova casa in condivisione con tre ragazzi, portando con sè tutto il carico di malinconia e lacrima facile da amore appena finito.
Guardare innumerevoli volte Dirty Dancing piangendo e abbracciando il cuscino, trasformare in motivetto musicale qualsiasi frase e situazione, sono solo alcune delle tante adorabili stranezze di questa ragazza così fuori dagli schemi e geek.
Come si rapporteranno i tre coinquilini (anche loro sui generis!) con la nuova ragazza di casa? Che tipo di dinamiche si instaureranno? Qualcuno si innamorerà di lei (prevedo già di si, d'altronde come si fa a non amare una creatura così?)? Sono tanto curiosa di vedere come si svilupperà puntata dopo puntata, Zooey-perfomance dopo Zooey-performance!
Per quello che ho visto dal pilota mi sembra una serie molto carina e spensierata, una chicca piacevole e rilassante. Certo non sembra originalissima e così "new", ed è probabile che con un'altra attrice come protagonista non avrebbe senso e attrattiva: la serie è Zooey Deschanel, Zooey Deschanel è la forza, l'anima, il colore di questa serie che senza di lei sarebbe solo un altro dei tanti passatempi televisivi in circolazione. (Tra l'altro è proprio lei ad aver composto le musiche di New Girl!)
Staremo a vedere. Io dal canto mio seguirò questa serie anche se dovesse essere la più insulsa e sciocca del mondo, ma sono sicura che con una New Girl adorabile anzi "adorkable" come Zooey ci sarà solo da divertirsi!

lunedì 26 settembre 2011

Un tuffo dove il Puffo è più blu


Un tuffo graditissimo nell'infanzia quello che ho fatto ieri vedendo al cinema I Puffi, un film davvero puffpiacevole.
I piccoli folletti blu alti tre mele o poco più sbarcano nella Grande Mela, la città gigante e multicolor che li vedrà protagonisti di avventure ed esperienze di ogni tipo: vederli oggi, dopo i classici pomeriggi di cartoni animati e bim bum bam degli anni '90, mi fa emozionare e venire una nostalgia blu!
Pensavo che la tecnica 3D e la computerizzazione grafica fossero un oltraggio alla piattezza spartana di animazione di vent'anni fa che porto nel cuore, ma devo dire che il risultato finale non mi ha infastidito affatto e che l'avventura di base che anima il film è una classica situazione Puffi vs Gargamella dall'esito ovvio ma in grado di stupire ancora magicamente come faceva all'epoca.
Campione di tenerezza e vero idolo del film è Tontolone: è lui con le sue mosse maldestre a catapultare i Puffi dentro un tunnel magico collegato a New York, è lui a combinare disastri e farsi scoprire dagli umani dell'appartamento in cui sono arrivati, ed è sempre lui, così tonto e adorabile, ad aiutare a modo suo gli amici nel momento cruciale del bisogno.
Accanto a lui tanti Puffi storici, doppiati per la mia gioia con le stesse identiche voci che avevano in passato: l'antipatico e nasale Quattrocchi, il comprensibilmente lamentoso Brontolone, la poco femminista Puffetta, il saggio e conciliante Grande Puffo. Ai classici folletti blu se ne aggiungono poi degli altri completamente nuovi come Puffo Coraggioso con kilt e intercalare british e Puffo Narratore con giacca e occhialetti da giornalista professionista. Viene solo citato ma mi piacerebbe tanto conoscerlo Puffo Passivo-Aggressivo, probabilmente il puffo psicologicamente più 2.0 di tutti!
Perfetto Hank Azaria nel ruolo di Gargamella con la solita lunga veste nera, il nasone bitorzoluto e lo stempiato capello corvino, irresistibile la gatta Birba che ride del suo padrone e fa ridere con le sue espressioni ora perplesse ora disperate.
Mi sono piaciuti tanto anche i due attori co-protagonisti: Neil Patrick Harris (mannaggia a lui, ormai lo vedo solo come Barney di How I Met Your Mother!) e Jayma Mays-occhioni dolci (di cui avevo già apprezzato la delicatezza bon-ton in Glee). Non deve essere stato facile scansare, abbracciare, accarezzare, guardare negli occhi praticamente "nessuno" con verosimiglianza e trasporto, ma ci sono riusciti benissimo!
Espliciti e ripetuti i riferimenti a Peyo, l'inventore belga degli "Schtroumpfs" (Smurfs in inglese, Pitufos in spagnolo, Strunfi e poi, giustamente, Puffi in Italia!), con richiami informatici e cartacei alla sua opera.
Stupenda come sempre New York con i suo yellow cab a prova di puffo (e da loro definiti "carri meccanici"!), le tecnologie ipercinetiche e luminose, l'enormità di ogni cosa.
Un film da vedere per ritornare bambini in un istante e per farsi ricontagiare dalla positiva filosofia blu-puffo.

venerdì 23 settembre 2011

I Love Books: 16. Leielui


Ho sempre invidiato Andrea De Carlo per come sa scrivere, è un maestro delle parole e delle descrizioni, uno che rende onore alla lingua italiana e la sa usare in modo sublime, magistrale, articolato, aggettivato. Ho letto i suoli libri negli anni e ho sempre pensato leggendo che è esattamente così che vorrei saper scrivere ed è esattamente così che deve essere un libro per dare piacere e benessere al lettore. Caspita che fenomeno, che talento!
Con Due di Due poi sono andata fuori di testa, ho perso la ragione, ne sono diventata schiava e seguace, ne ho trascritto interi brani su quaderni e in mente; ho amato fisicamente quel romanzo, l'ho inghiottito.
Reggere il confronto con quell'opera superba è difficile, sono troppo prevenuta a riguardo, ma devo dire che Leielui, l'ultimo romanzo di De Carlo (2010) non mi ha deluso affatto, anzi.
La storia non è affatto originale nè imprevedibile, è iperclassica, perfino banale: lei, americana trapiantata a Milano per seguire il fidanzato borghese, lui scrittore famoso in piena crisi creativa, seduttore impenitente, si incontrano o meglio si "scontrano" durante una caldissima estate metropolitana e nel giro di pochissimo tempo e di una rapidissima frequentazione vengono travolti loro malgrado da qualcosa di potente e incontrollabile, una passione ipercinetica e quasi "dolorosa" dalle conseguenze non trascurabili.
Nonostante l'ovvietà cinematografica della trama devo dire che il romanzo è talmente ben scritto, ben costruito, talmento curato, verbalmente impeccabile e ricercato, talmente sentito dall'autore, da renderne la lettura una cosa stupenda, appassionante e golosamente "commestibile" alla De Carlo.L'ho letto in meno di una settimana nonostante le quasi 600 pagine (è il suo romanzo più lungo) e l'ho gustato in lunghe sedute notturne in cui dalle 22,30 mi ritrovavo all'1,30 in uno stato di ipnotica e rimbambita incredulità.
I capitoli si alternano ritmicamente ora dal punto di vista di lei ora da quello di lui ed è stupefacente come De Carlo riesca a far percepire questo passaggio di pensiero e mente, la diversità del mondo femminile rispetto a quello maschile, la differenza di sensazioni e percezioni e paure, ma anche i momenti di connubio e comunione del sentire in cui lei e lui diventano leielui, senza spazio, senza pause, una cosa sola.
Vi assicuro che vale la pena conoscerli entrambi e che vi sembreranno due persone vive, in carne ed ossa, materialmente presenti anche giorni dopo aver finito il libro!

"...Invece da qualche tempo tende a vedere gli aeroporti soprattutto come luoghi di separazione, dove si recidono collegamenti e si aprono distanze irrimediabili. Qualche tempo fa gli è venuto in mente che il verbo "decollare" significa anche staccare la testa dal corpo di qualcuno con un colpo violento di arma da taglio, e da allora non riesce più a dimenticarsene." (pag.129)


"Le cicale sugli olivi vanno avanti e avanti, come una macchina per fare rumore." (pag.199)

 "Suocero e suocera sembrano nomi di animali feroci della jungla, dotati di setole e zanne; nuora e genero sono di un'indeterminatezza insultante, ai limiti della negazione; cognato e cognata evocano conserve di frutti non commestibili da crudi, o participi passati di un verbo che descrive danneggiamenti strutturali gravi." (pag.295) 



giovedì 22 settembre 2011

At my most beautiful (band)


Ho appreso ieri sera dello scioglimento dei R.E.M. e mi sono sentita mancare: è come se fossi stata abbandonata dall'amore della mia vita, mollata in un istante dopo anni di intenso e appassionato amore.
Perchè l'amore che provo per questo gruppo è grandioso, è possente, è perpetuo, ha segnato la mia vita, ha modellato la mia adolescenza, ha forgiato il mio animo di donna in divenire, ha cullato le mie giornate e ha infervorato, eccitato, esaltato il mio lato più timido e assopito. Mi ha reso più romantica, mi ha fatto innamorare di qualcuno, mi ha consolato o fornito autoironia nei momenti di sconforto, ha girato come una ruota impazzita sul mio vecchio lettore cd portatile versando nelle mie orecchie e nel mio organismo benessere sensoriale e sonoro.
Li ho visti due volte live, a Napoli e a Bologna, e mi è sembrato di raggiungere il nirvana, ho passato ore in stato di grazia e quando poi ho visto da vicino il viso di Michael Stipe, così vicino da riuscire a vedere i segni sulla sua pelle e il colore dei suo occhi, ho provato un momento di pura e non trascurabile felicità, un brivido di perfezione ed esatta emozione.
Le loro canzoni, a partire dal '98 e poi in un viaggio a ritroso, mi hanno fatto capire per la prima volta qual'è questo potere della musica di cui tutti parlano, mi hanno fatto capire che quello era esattamente il mio concetto di musica, il mio brivido in musica, il mio sentire qualcosa di simile ad un formicolio, ad un pulsare ad un battere interiore che era il manifestarsi di un puro appagamento sonoro.
Non è idolatria, nè fanatismo adolescenziale fuori tempo e fuori luogo, è amore!
In questo giorno triste, in cui mi hanno fatto loro malgrado tanto male, voglio ringraziarli per ciò che mi hanno dato senza saperlo, per la bellezza brillante di Michael e i suoi ombretti fluo, per la voce di Michael così struggente e generosa, per Mike e Peter e per Bill prima che se ne andasse, per i suoni che sono riusciti a forgiare, per l'estetica così piacevole che hanno dato ai miei occhi, per gli album così curati e perfetti, anche quelli più imperfetti che mi hanno regalato, per le performance dal vivo in cui mi hanno fatto sudare, ballare, piangere, per questo e altro ancora, per tutto, GRAZIE.
Questa è per voi:

sabato 17 settembre 2011

Il mio parere su Carnage


Il mio parere su Carnage - visto ieri sera dopo averlo aspettato come si aspetta un grande evento prezioso - è euforico, entusiastico, esprime la piena soddisfazione ricevuta dalla visione in rapporto alle aspettative e la gioia semplice e galvanizzante che si prova subito dopo aver visto un gran bel film.
Le prove attoriali sono sbalorditive, le mimiche e le espressioni prodigiose, i dialoghi serrati e acidi sono da antologia cinematografica, la regia di Polanski "invisibile" ma di gran classe: non manca davvero nulla a questo essenziale, irriverente, maleducato film d'autore.
Due coppie di coniugi che non si erano mai visti prima - Kate Winslet e Cristoph Waltz, Jodie Foster e John C. Reilly- si incontrano in appartamento per discutere civilmente sul litigio avvenuto tra i rispettivi figli undicenni, durante il quale uno dei due ha ferito e fatto saltare gli incisivi all'altro. Tutto parte nel migliore dei modi e con le migliori intenzioni, le cortesie e le buone creanze si sprecano, si offrono torte fatte in case e si parla del più e del meno secondo una conveniente etichetta sociale, poi qualcosa nei toni cambia finchè l'improvviso e rivoltante conato di vomito di una delle due signore sugli amati libri d'arte dell'altra innesca un nervosismo e un'isteria crescente che - complice qualche drink di troppo- sconfineranno nel più divertente e patetico parossismo.
Da questo momento si mettono giù le maschere borghesi e ci si butta a capofitto in una carneficina verbale e gestuale senza esclusione di colpi, in cui ci si azzanna ora con un elemento dell'altra coppia ora con il proprio coniuge, fino a perdere ogni dignità e forma umana.
Assistere a questa rissa da appartamento è uno spasso, è lo spettacolo dell'ipocrisia sputtanata dalla più bastarda sincerità, è un teatrino ridicolo e spietato in cui ci si massacra in modo liberatorio e sboccato, e in cui ci si può identificare autoironicamente.
Kate Winslet è stupenda, prima così ordinata e conciliante, poi così stronza e dispettosa e sfatta, con il suo vomito verbale e, soprattutto, "materiale". La stoffa da premio Oscar si vede tutta come sempre.
Jodie Foster, altra donna-premio Oscar, è altrettanto brava e perfetta nelle sue performance isteriche, nel suo spirito no-global e umanitario, con i suoi diritti umani e valori ideali, che diventano patetici e risibili di fronte al putiferio che si è scatenato dentro l'appartamento per una sciocchezza.
John C. Reilly (l'unico attore non premio Oscar tra i tre ma altrettanto grandioso) prima pacioccone-simpaticone-compagnone, si rivela un grande "testa di cazzo" soprattutto con la moglie, provocandola e indispettendola sempre di più, divertendosi ad esasperarla.
Ma la vera forza del film, l'eroe, il mito assoluto è Cristoph Waltz, il più cinico e coerente fin dall'inizio, quello che fin da subito dimostra menefreghismo verso l'accaduto, sfacciataggine sconcertante. Sempre col telefono in mano pronto a squillare, con le sue telefonate di lavoro e il modo gradasso e sfacciato di affrontarle, col suo atteggiamento di sottile derisione e di finto-educata provocazione, il suo personaggio diventa un portento, l'autenticità fatta persona, la mancanza di riguardi e maschere borghesi in carne ed ossa, una persona meravigliosamente cinica. Lui stesso dirà: “Io credo nel dio del massacro, il dio che governa indiscusso dalla notte dei tempi”. E come dargli torto assistendo ad un'ora e venti di agguerrito massacro da salotto?
Film memorabile, davvero.


lunedì 12 settembre 2011

I Love Books: 15. Il linguaggio segreto dei fiori


Per una volta la striscia di cartoncino giallo attorno al libro che lo celebra come "caso editoriale" e come "fenomeno senza precendenti", non era gradassa nè menzognera come quasi tutto il battage pubblicitario e il passaparola mediatico sui nuovi libri: era la verità. Questo romanzo ha una magia tutta sua, un potere seducente e carezzevole, un'aura fenomenale che porta gli occhi a non volersi staccare mai dalle pagine.
Splendido, delicato, addolorato, romantico, fa venir voglia di conoscere l'affascinante mondo segreto dei fiori e il loro sconosciuto linguaggio di origine vittoriana. Fa venir voglia di amare, lottare, sperare, regalare fiori, tanti, colorati, profumati fiori carichi di senso.
La vicenda, narrata in due tempi -quello del presente e quello del passato-, vede protagonista la giovane Victoria, fioraia dalle portentose doti, cresciuta senza genitori, trascinata da una famiglia adottiva all'altra, chiusa, ribelle e arrabbiata, fino all'incontro con Elizabeth, la donna che con amore e dedizione le ha insegnato il linguaggio segreto dei fiori. A causa di una serie di circostanze, le loro vite si allontaneranno e perderanno di vista, ma l'amore e la passione per i fiori e il loro significato profondo riesce a cambiare anche gli animi più chiusi e impauriti...
Tutto ciò potrà sembrarvi patetico, una trama da romanzetto rosa senza arte nè parte, ma vi sbagliate: la semplicità della storia è in realtà intessuta di valore, di bravura, di originalità, di quel qualcosa in più che non trovavo da tempo in un romanzo contemporaneo.
Tutto è così fine, aggraziato, ma anche potente e doloroso (la descrizione del parto e poi dell'allattamento fa sentire quasi dolore fisico), le parole sembrano carezze ma anche schiaffi. E poi c'è tutta quella parte dedicata ai fiori - vera anima del libro- che incuriosisce e fa nascere una sorta di improvviso pollice verde e induce ad andare in giro con la macchina fotografica alla scoperta e alla raccolta di meraviglie floreali di ogni tipo.
Ad appendice del libro c'è un dizionarietto dove trovare in ordine alfabetico numerosi fiori e il loro significato: lo conserverò con cura e lo consulterò quando vorrò donare dei fiori a qualcuno!
Garzanti, che ha pubblicato il libro per l'Italia, ha avuto l'idea carina e galante (soprattutto per noi donne) di renderlo disponibile con diverse copertine, ognuna con un fiore dal significato differente: a me è capitata la rosa che significa "eleganza". Grazie Amazon che mi hai spedito il libro a casa con questo messaggio segreto!

"I fiori per mia moglie!" disse. "Non glielo ha detto Renata? Ho solo pochi minuti, e voglio che scelga qualcosa che la renda felice". "Felice?" chiesi guardandomi intorno per vedere i fiori disponibili. Earl piegò la testa di lato con aria pensierosa. "Ora che ci penso, direi che mia moglie non è mai stata una donna davvero felice". Rise fra sé. "Ma era appassionata. E brillante. E curiosa. Aveva sempre un'opinione su tutto, anche su argomenti che non conosceva. E' questo che mi manca". (...) Si sarebbe risvegliata davanti al mazzo di crisantemi bianchi e pervinche, verità e teneri ricordi? Ero sicura di si e mi immaginai il sollievo e la gratitudine sul viso di Earl mentre faceva bollire l'acqua per il tè e intavolava una discussione di politica o letteratura con la donna decisa di cui aveva nostalgia. (pag.64)

Una rosa è una rosa è una rosa (Gertrude Stein, citata a pag.143)

domenica 11 settembre 2011

Altri due film d'amore a caso (e scusate il folle accostamento)

Avevo bisogno di un altro po' di sano o insano sentimento cardiaco e allora mi sono sparata due cartucce filmiche, una facile e leggera, l'altra complessa e pesante, ma entrambe interessanti a loro modo.
Partiamo da quella difficile e cinefila: Jules e Jim (di Francois Truffaut, 1962), un manifesto per gli amanti di quel cinema retrò ed indie nella prospettiva contemporanea, per i cultori nostalgici della Nouvelle Vague, delle immagini patinate in bianco e nero e dell'iconografia filmica di un'epoca lontana e raffinata.
Ne avevo visto dovunque immagini, riferimenti fotografici arcinoti e citazioni struggenti ma non avevo mai pensato di vederlo davvero; ne ero incuriosita ma lo temevo come si teme un severo illustre maestro.
Devo dire che la visione non mi ha rapito più di tanto e che, a parte la bellezza intrinseca dell'incedere a tre di questi meravigliosi amici, per il resto ho trovato il film (giustamente) datato e lento, ridondante, eccessivo.
Chaterine - la protagonista femminile del triangolo, interpretata da una diversamente-bella Jeanne Moreau- è insopportabile, egoista e puttanesca quanto basta a farmi incazzare. Sarà pure un simbolo di emancipazione e libertà femminile ma questo suo trasgredire non mi ha esaltato come mi capita spesso con certe eroine filmiche, bensì intristito.
Il messaggio è chiaro: al cuor non si comanda, l'amicizia uomo-donna non esiste, la donna è mobile qual piuma al vento (ovviamente tutto espresso in modo molto più profondo e spietato di così!). Detto ciò, il film vanta sequenze esteticamente stupende come la corsa di tutti e tre con lei vestita da uomo e i sorrisi all'unisono, lei che ride e colpisce al cuore, lei che canta, la gita al mare e altro ancora, il tutto accompagnato da parole e frasi che non lasciano indifferenti come questa, ad apertura di film: "M'hai detto ti amo, ti dissi aspetta. Stavo per dirti eccomi, tu mi hai detto vattene".


Un salto temporale e di qualità, una vistosa perdita di classe, ma un passo avanti in quanto ad intrattenimento con l'altro film in ballo: Love Actually (di Richard Curtis, 2003).
Una graziosa commediola amorosa e natalizia, dal carattere corale e romantico, che delizia per due ore come un pasticcino accompagnato da un te fumante e profumato. Tante storie di amore e attrazione sullo sfondo di una affascinante Londra addobbata a festa, tanti attori piacevoli dal piglio amichevole e confortante come Colin Firth, Hugh Grant, Emma Thompson, Alan Rickman, Keira Knightley ecc., un buon gioco di incastri e "allacciamenti" tutti convergenti verso il vero cuore del film che è, of course,  l'amore, quello per davvero.
Emmòbastaperò, ok, ok, esco...

martedì 6 settembre 2011

3 film d'amore a caso

Ultimamente, per una serie di mie inclinazioni in stile romantico Sturm und Drung e di situazioni sentimentali personali un po' turbolente, ho sentito il bisogno empatico di vedere film saturi di amore, che sprizzassero, più o meno banalmente, amore e complicazioni amorose da ogni singolo fotogramma, che parlassero a me di me e che mi cullassero nella dolce-amara e autocompiaciuta malinconia di una crisi romantica.
Ho trovato conforto in tre film scelti  a caso e senza alcuna aspettativa:

1) Harry ti presento Sally (di Rob Reiner, 1989), scritto dall'adorabile e brillante Nora Ephron, è un classico anni '80 che ha fatto scuola e che ha lasciato tracce e sequenze arcinote (su tutte quella storica dell'orgasmo simulato in una tavola calda da Meg Ryan) nella storia del cinema contemporaneo. Una commedia newyorkese romantica in stile Woody Allen e Blake Edwards, fatta di dialoghi brillanti, lunghe passeggiate per la città, l'immancabile periodo natalizio, le feste, le cene, gli appuntamenti combinati e le crisi dei sentimenti. Due amici (Meg Ryan, appunto, e Billy Crystal) che si amano, due innamorati che giocano a fare gli amici e la solita classica domanda dalla risposta a quanto pare ovvia: può esistere l'amicizia tra uomo e donna? (No per gli uomini, si per le donne me compresa, ma questa è un'altra storia...).


2) Last Night (di Massy Tadjedin, 2010), una storia d'amore consolidata e forte che viene turbata, tentata e sfidata da terze persone irresistibili e sconvolgenti. Lui (Sam Worthington) viene attratto e irretito dalla collega di lavoro-bomba sexy (Eva Mendes), lei (Keira Knightley) incontra per caso il suo ex (Guillam Canet) e si riscopre ancora innamorata di lui pur se innamorata fedelmente del marito. Il contrasto lacerante tra ciò che è giusto non fare e ciò che si vorrebbe maledettamente fare sembra divorare i protagonisti di questo elegante ed essenziale film, dove ogni personaggio, per bellezza ed estetica, si accoppia e incastra perfettamente all'altro in modo quasi intercambiabile.
Cederanno? Saranno ligi al dovere coniugale? Tradiranno? Resisteranno? La tensione c'è ed è dolorosa e palpabile. Ah, l'amour...

 

3) Amore a altri rimedi (di Edward Zwick, 2010), altra storia d'amore dal titolo commerciale e dal carattere niente male. Jamie (Jack Gyllenhaal), un rappresentante di prodotti farmaceutici (tra cui il Viagra), donnaiolo seriale e superficiale, si imbatte per caso in Maggie (Anne Hathaway), una ragazza tosta e indipendente affetta dal morbo di Parkinson. Tra i due si instaura di comune accordo una caldissima storia di sesso puro (mai vista una Anne Hathaway così porcona e discinta...Lei sempre così bon ton ed eterea...) che inaspettatamente (ma non per noi spettatori!) evolve in reale interesse e poi in amore, quello vero, l'unico.
Tra Amore, tremore (in tutti i sensi) e passione, si vivono un paio d'ore di sentimento patetico quanto basta ma mai nauseante o ridicolo, anche perché a mitigare la corrente melensa dell'amore c'è sempre del buon genuino sesso che anima il film!


Tre amorevoli visioni filmiche che vi suggerisco indipendentemente dalla situazione del vostro cuore!

lunedì 5 settembre 2011

I Love Books: 14. It


Mi sono liberata di questo libro come ci si libera di un incubo. Stavo annaspando e soffocando dentro quel cupo, tetro cuore di fogna della storia e finalmente sono riemersa e ho riempito  i polmoni di ossigeno. Che esperienza emozionante, sporca e orrorifica che è stata.
Leggere It non è come leggere un libro qualsiasi: a parte la sua mole scoraggiante (un tomo grosso e tozzo di 1300 pagine circa!), la lettura è totalizzante, inquietante, spesso stancante,- non per noia, tutt'altro, ma per la tara emotiva che getta addosso al lettore sprofondandolo nell'orrore e sfiancandolo.
La storia del pagliaccio malefico dispensa-palloncini e divora-bambini la conoscono tutti, è un'iconografia collettiva già dagli anni '90, ma forse in pochi, solo quelli che hanno letto il libro, sanno cosa c'è oltre quel personaggio circense, sanno quali sono le altre facce di It, le sue mille trasformazioni, il suo senso, la sua vera natura e allora, l'idea superficiale della storia dell'orrore in cui il pagliaccio attira a sè e poi uccide i bambini lascia il posto ad un'altra storia, molto più profonda, ampia, sfaccettata.
It è un libro di orrore e terrore alla Stephen King, ma è anche un'indagine sottile, un viaggio nel complicato mondo dell'infanzia, fatto di incubi e poteri straordinari, quelli di vedere ciò che gli adulti non vedono e di immaginare ciò che la razionalità adulta non riesce più a immaginare.
La trama è nota: un gruppo di bambini un po' "perdenti" molto affiatati tra loro e stretti in un circolo indissolubile, incontrano il male annidato da secoli nei recessi oscuri della loro "mostruosa" città- Derry, nel Maine- e poi lo sfidano, lo stanano, lo sconvolgono. A distanza di molti anni, ormai adulti e lontani dalla loro città natale, il Male, It, quella Cosa, ritorna a chiamarli e loro rispondono, intrepidi come la prima volta, alla sfida.
La vicenda è scritta in modo perfetto, King è il solito mago delle descrizioni e dell'incastro esatto di parole, fa scoraggiare qualsiasi aspirante scrittore; la lettura scorre a velocità supersoniche e non incontra mai ostacoli annoianti, si viene risucchiati e divorati dal contenuto di quel mattoncino cartaceo. Solo a volte, nella mia rigida razionalità capricornesca, ho provato quasi fastidio e percepito un vago senso di ridicolo, in particolare nelle descrizioni delle lotte con It, degli scontri con mostri e creature orripilanti (vedi il ragno gigante) che risultano posticci e quasi buffi. Ma credo che anche questo faccia parte dell'anima del libro e sia legato al protagonismo assoluto del mondo infantile, che, come sappiamo, sa credere in mostri, bau bau, orchi e quant'altro con dovizia di particolari.
Detto ciò, non mi azzardo a dire che It è un capolavoro, ma posso dire che è un grande grosso libro che merita tanto e che nessuno potrebbe mai nemmeno lontanamente imitare: è unico e possibile solo con la penna e la mente di King.

L'energia che si scialacqua con tanta profusione da ragazzi, l'energia che si ritiene non debba mai esaurirsi, si dilegua fra i diciotto e i ventiquattro anni per essere sostituita da qualcosa di assai più opaco, una sensazione fittizia come quella che ti dà una sniffata, aspirazione, forse, o traguardi o comunque voglia chiamarla un qualsiasi universitario rampante. Niente di sconvolgente. Non se ne va tutta d'un colpo, con un grande scoppio. E forse è proprio questo l'aspetto più inquietante. Non si smette di essere piccoli tutt'a un tratto, con una grande esplosione, come uno di quei palloncini pubblicitari con gli slogan. Il bambino che hai dentro cola fuori, trapela come aria da una foratura di una gomma. E un giorno ti guardi allo specchio e ti trovi faccia a faccia con un adulto. Puoi contnuare a portare i jeans, puoi continuare ad andare ai concerti di Springsteen e Seger, ti puoi tingere i capelli, ma la faccia che c'è nello specchio è lo stesso quella di un adulto. Ed è successo tutto mentre dormivi, forse, come la visita della fatina dei denti.
(Stephen King, IT)