mercoledì 29 febbraio 2012

Il mio parere su Albert Nobbs


Le tematiche di gender mi incuriosiscono sempre parecchio al cinema e non vedevo l'ora di vedere Albert Nobbs. Che delusione! Mi aspettavo molto di più da questo film.

Quella della donna dell'Irlanda dell'800 che si traveste da uomo e lavora indisturbata per decenni come cameriere, era una base tematica originale, una storia speciale che si poteva scavare in profondità e che invece è stata persa di vista e superficializzata dal regista Rodrigo Garcia, che sarà pure il figlio di Gabriel Garcia Marquez, ma che con questo film si dimostra timido, frettoloso e poco audace.

Innanzitutto mi è sembrata troppo forte la patina di pièce teatrale, qual è in origine Albert Nobbs (a sua volta tratto da una novella di George Moore), come se regista e sceneggiatori (tra cui la stessa Glenn Close) non avessero saputo adattarlo adeguatamente al grande schermo. I monologhi amletici di Albert, per esempio, sono troppo da teatro e nella forma filmica risultano sciocchi, vani.

Il personaggio di Albert è quello che mi ha più deluso se non addirittura inquietato: banalizzando molto potrei dire che Albert è un paranoico represso che si crea scenari mentali futuri tutti suoi fin quasi ad apparire stolto e poco furbo. 
L'"innamoramento" di Albert nei confronti di Helen/Mia Wasikowska mi è sembrato troppo rapido e immotivato, qualcosa di forzato e di quasi comico.

Da un personaggio così double-face e transgender mi aspettavo rabbia e furore, gesti di pre-femminismo e di intensa riappropriazione di dignità, parole e azioni di impatto e invece mi sono trovata di fronte ad un personaggio fastidiosamente debole, fragile, succube e ingabbiato sia a livello caratteriale che a livello di caratterizzazione.
Glenn Close è brava nel suo ruolo ma ha la faccia così tirata e lavorata dal trucco da risultare plastica e finta, non credibile né come uomo né come donna.
Non sono riuscita a capire se Albert è una donna costretta controvoglia nei panni da uomo o una lesbica a suo agio nei panni da uomo...

C'è qualcosa di stranamente ridicolo in questo film, un senso di stupida incompletezza, di potenzialità rimasta inespressa; non è né carne né pesce, direi un film asessuato, tanto per restare in tema, e ciò dispiace, perché lo spunto iniziale era interessante e poteva generare qualcosa di memorabile, un film-manifesto o qualcosa del genere.
Che peccato!


mercoledì 22 febbraio 2012

Il mio parere su The Artist


Non sono mai stata una grande fan della mimica e della gestualità afona del cinema muto; va bene il bianco e nero, ma al cinema ho sempre voluto sentire oltre che vedere; infatti non ho mai amato particolarmente Charlie Chaplin e il genere slapstick.
Ricordo ancora, mentre preparavo l'esame di Storia e critica del cinema, di aver provato un senso di sollievo durante la lettura del paragrafo dedicato al 1927, anno in cui venne introdotto per la prima volta il sonoro con il film The Jazz Singer: finalmente gli attori parlavano invece di fare pantomime enfatiche e grottesche davanti la cinepresa!
Insomma diciamolo, il cinema muto è pieno di fascino e grazia ma è un cinema essenzialmente "difettoso", mancante di qualcosa di assolutamente fondamentale alla sua piena espressione e godibilità.

Ora mi chiedo, perché ritornare alle origini se non per far sfoggio di raffinata cinefilia e nostalgico snobismo? Perché Michel Hazanavicius ha sentito il bisogno di privare il cinema della sua classica forza sonora se non per andare controcorrente e fare il regista figo francese intellettual chic?

Bella confezione, estetica retrò impeccabile, tanta eleganza formale e stile, cinefilia a iosa, ma a parte questo ho trovato The Artist un film inutile, vuoto e noioso. (Qualcuno potrebbe uccidermi, lo so!)
Ok, l'operazione è originale e spiazzante da vedere nel 2012, gli attori offrono performance spettacolari, quasi come fossero davvero divi degli anni '20, la parte musicale è notevole, ma tolta l'idea e la sua meticolosa messa a punto mi pare non rimanga tutta questa meraviglia di film.
Cos'è per me The Artist? Banalità travestita da genialità, inconsistenza camuffata da vistosa bellezza , piattezza riempita da lustrini, brillantina, tacchi da tip tap e altri vezzi vintage. Ed è anche noia e lentezza, ritmo pari a zero ed emozione praticamente assente.

La nostalgia al cinema può essere interessante ma quando è fine a se stessa e autocelebrativa può risultare ridicola e soporifera. O almeno così la penso così.

Di questo film ricorderò solo una cosa davvero speciale: quel piccolo cane-attore che mi ha fatto ridere e divertire davvero, l'unico essere muto pure nella realtà che non ha avuto bisogno di atteggiarsi a divo d'altri tempi per farsi "sentire"!

Il cane più simpatico che abbia mai visto in un film. Indimenticabile!

martedì 21 febbraio 2012

Il mio parere su The Help


Finalmente ho visto The Help e posso dire la mia in proposito!
Dunque il film è bello, mi è piaciuto, eppure ho avuto la sensazione di qualcosa di mancante, non so come spiegarlo, forse me lo aspettavo più di qualità, più "colto" in un certo senso, più "impegnato" e invece, pur nella delicatezza tragica del tema trattato, ha un lato quasi comico, buffo e disimpegnato che non mi aspettavo. Ma questo non è un difetto, anzi; diciamo che mi aspettavo un filmone strappalacrime e invece ho assistito ad un un film "beffardo" e dall'approccio alternativo al tema razziale.

La ricostruzione ambientale e mentale dei primi anni '60 è impeccabile, un po' alla Mad Men se vogliamo, con un trionfo di tinte pastello, gonne a ruota e bottiglie di Coca-Cola vintage, per cui l'estetica del film è solare e gradevolissima, e credo sia questa la (mia) chiave di lettura del film: mostrare la cattiveria e l'ignoranza più becera celate da un'ipocrisia estetizzante e leziosa, da una bellezza delle apparenze confortanti.
Non c'è violenza nè rabbia, nessuna atrocità, almeno non negli atti, eppure c'è tutta la brutalità di un razzismo che indossa abiti buoni e di classe, che finge gentilezza e modernità borghese mentre in realtà è l'espressione di una mentalità retrograda, volgare e misera. E tutte quelle belle donne bianche e raffinate sono in realtà mostri dall'animo marcio.

The Help è un film corale totalmente al femminile, in cui sono le donne, bianche o nere, a fare e disfare tutto, a sconvolgere e attaccare.
Le interpretazioni attoriali sono molto buone ma a mio parere non da Oscar, nel senso che "arrivano" molto allo spettatore ma non al punto da sconvolgerlo e toccarlo profondamente, e ciò, nel mio campionario di reazioni emotive cinematografiche, vuol dire che non mi sono commossa, niente lacrima facile nè accapponamento epidermico insomma.
Ho provato qualcosa di più forte durante l'intrepretazione di Jessica Chastain che ho trovato bravissima nel ruolo di Celia, la più brava. Memorabile anche Octavia Spencer nel ruolo della vulcanica Minnie.
Al contrario ho trovato poco incisiva Emma Stone nel ruolo chiave della scrittrice-giornalista Skeeter, una faccia anonima e non da grande cinema che non mi ha trasmesso nulla e che non mi dice nulla.

Mi è piaciuta molto l'idea del libro come strumento di lotta e di riappropriamento della propria dignità, il fatto che un piccolo oggetto di carta possa far tremare le fondamenta di una fortezza inespugnabile come l'odio razziale e che la forza delle parole scritte sia più minacciosa di qualsiasi altro gesto.
Vedere queste collaboratrici domestiche di colore che si scambiano memorie ed esperienze mettendole per iscritto, sorseggiando tè e friggendo pollo, in confidenza, appartate, con un filo di sana autoironia è stato molto bello.

 Vedremo cosa succederà la notte degli Oscar...

Octavia Spencer e Viola Davis, le due "eroine" del film
Emma Stone aveva il ruolo più figo ma per me non è stata all'altezza!
Bryce Dallas Howard, molto brava nel ruolo della stronza razzista
Jessica Chastain, la mia preferita del film

lunedì 13 febbraio 2012

I Love Books: 25. La donna del tenente francese


Non so perché ho deciso di leggere questo libro, forse perché mi attirava il titolo, l'idea che vi fosse stato tratto un film con Meyl Streep e Jeremy Irons sceneggiato da Harold Pinter, il fatto che fosse stato scritto da un inglese, John Fowles, e fosse ambientato nell'Inghilterra vittoriana...
L'ho appena finito e devo dire che non mi è piaciuto, mi ha lasciato perplessa e a tratti infastidita.

Non è un romanzo in senso classico ma uno sfoggio del sapere dell'autore sulle dinamiche psico-sociali dell'epoca vittoriana, una sorta di saggio con tanto di documenti e note a piè di pagina che non consente l'immedesimazione e l'empatia, se non rare volte.
Fowles scrive nel 1969 ma ambienta il romanzo circa 100 anni prima, per cui il suo occhio non è dentro l'epoca ma esterno ad essa e con l'attitudine analitica e critica di un contemporaneo.

La vicenda narrata vede protagonista Charles, uno speleologo dilettante di nobili origini e la sua promessa sposa Ernestina, figlia di un ricco commerciante e tipica figura femminile del suo tempo. Tutto procede nel più convenzionale e vittoriano dei modi finchè Charles non viene irretito e sedotto da Sarah Woodruff, una misteriosa donna conosciuta in paese come "la donna del tenente francese" che gli sconvolgerà l'esistenza e che sconvolgerà la struttura stessa del romanzo vittoriano convenzionale.

Il romanzo in senso stretto viene così sezionato ed analizzato dall'autore che spezza il ritmo e si palesa come un deus ex machina a commentare e muovere i fili narrativi facendo vedere gli ingranaggi.
Qualcuno potrà trovare questa tecnica postmoderna geniale e originale, io francamente l'ho trovata snervante e poco piacevole, mi sono sentita presa in giro perché mentre entravo nella vicenda e ne venivo affascinata l'autore mi sbatteva improvvisamente in faccia tutta la finzione, il fittizio e il meccanico di ciò che leggevo, la sua presenza ingombrante e spoetizzante.
Inoltre non ho nemmeno capito bene il finale, o meglio i finali visto che Fowles ne crea due diversi, o almeno credo (se qualcuno che l'ha letto me lo volesse spiegare gliene sarei grata!).

In conclusione, il romanzo non lascia indifferenti ma spesso e volentieri è noioso, concettoso, altero, a volte perfino di difficile lettura per l'uso di termini desueti o troppo tecnici o troppo sofisticati.

Ho trovato interessanti solo certe considerazioni sull'epoca vittoriana, in particolar modo questa:

C'era poi nei vittoriani un elemento curiosamente egizio: quella claustrofilia di cui danno così chiara testimonianza i loro abiti avvolgenti e mummificanti, la loro architettura di finestre strette e di angusti corridoi, la loro paura del nudo e dello scoperto. Nascondere la realtà, escludere la natura. (p.199).

A questo punto mi piacerebbe proprio vederlo...



giovedì 9 febbraio 2012

Le amiche della sposa show!


Ooooh, finalmente un film demenziale e volgaruccio tutto al femminile!
Che soddisfazione vedere donne dire oscenità, emettere flatulenze, ridursi uno straccio, litigare in modo balordo, contendersi un'amica.
Perché questo genere di film trash deve avere sempre come protagonisti uomini che se la spassano mentre le donne stanno a casa ad aspettarli mansuete e stupidine?
Le amiche della sposa (Bridesmaids, di Paul Feig, 2011) è la risposta ad un genere che mancava, l'invito ad un matrimonio a cui non avevo mai partecipato!

Un po' Sex and the City, un po' American Pie, un po' Una notte da leoni, questo film è una novità perché promette la classica vicenda di matrimonio e preparazione al matrimonio, di quelle su cui si sono basate mille commediole dal titolo sempre uguale, e invece vira verso qualcosa di scurrile ed esilarante, di scomposto e ribelle al canone glamour dello sposalizio cinematografico americano.
A parte qualche momento poco brillante e di stasi, il film scorre per due ore piacevoli cariche di estrogeni e isteria pura.

La "perla" del film è la sequenza che si svolge all'interno di un negozio di abiti da sposa ultrachic, quando gli stomaci delle ragazze brontolano minacciosamente per poi esplodere in tutti i modi possibili.
L'immagine di Lillian/Maya Rudolph accovacciata per strada nel suo abito bianco, arresa al suo intestino, è epica, una nuova icona del cinema di umorismo legato alle deiezioni e ad altre manifestazioni fisiologiche!
Il fatto che questa situazione imbarazzante tipicamente maschile sia associata ad un gruppo di giovani donne in abiti eleganti, rende la cosa assolutamente spassosa e anticonformista, schifosamente divertente.

Inoltre, il fatto che la vera protagonista del film non sia la sposa, ma le amiche di lei (una più stramba dell'altra!), e in particolare una, la disastrosa Annie (Kristen Wiig), dà a questo film una verve originale e sui generis, una prospettiva diversa finalizzata più a divertire che a celebrare il romanticismo delle nozze.
Nozze che nel finale sono pacchiane e ridicole nella loro megalomania ma assolutamente fiche. Proprio come il film!


Melissa McCarthy, enorme e strepitosa!

martedì 7 febbraio 2012

Buon 200° compleanno Charles!

  
"Dickens è uno dei più insigni creatori di mondi (...) Il regno di Dickens è il realismo magico. Regno di infinita attrattiva, regno difficilissimo da governare. Kafka soltanto ne ha avuto uno simile; ma il riso di Dickens rende il suo più bello." (Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Varie volte ho manifestato in questo blog la mia passione per Charles Dickens e oggi che ha compiuto idealmente 200 anni, voglio immortalarlo così, mentre scrive con la sua penna e il suo calamaio sul suo scrittoio, intento a creare quei mondi di cui parla Tomasi di Lampedusa e in cui ha viaggiato chiunque abbia mai letto una sua opera. Mondi difficili, spesso fatiscenti e sordidi ma sempre velati di quel tocco di dolce-amaro, di un'ironia consolante e piacevolissima che rende la lettura un'esperienza calda come un caminetto acceso o una tazza di tè d'inverno.
Quando leggo Dickens mi sale un tepore nel cuore e mi sento incredibilmente bene.

"He made London like a dream" ha detto qualcuno e io mi sono innamorata perdutamente di Londra, perfino della sua nebbia e del suo lato sporco e grigiastro, proprio leggendo Dickens. E quando poi sono andata fisicamente a visitare la città e ho trovato il museo a lui dedicato chiuso per ristrutturazione, la delusione mi ha sopraffatta per tutta la durata del viaggio (ma ci tornerò, costi quel che costi!).

Finora ho letto solo Oliver Twist, David Copperfield, I racconti di Natale e Grandi speranze; mi rimangono ancora tantissime altre opere da leggere (la mia è stata purtroppo una scoperta tardiva, come un amore nato in età matura ma non per questo meno appassionato!) ma in fondo mi fa piacere perché ho ancora tanto da scoprire, altri mondi da esplorare, altri personaggi con cui intrattenermi, altri regali di carta da farmi.
Vorrei leggere tutto di questo autore, fino all'ultima riga, vorrei che i miei occhi assorbissero ogni parola partorita dalla mente di Dickens, perché quando hanno fame di lettura vorrei nutrirli solo di cose belle, di perle, senza fretta però...

" ...E quando si è chiuso l'immenso volume sembra che sia passato un quarto d'ora. Meno male che si può subito ricominciare da capo, e che vi si troveranno sempre nuove perle." (Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

lunedì 6 febbraio 2012

Le mie impressioni su Hugo Cabret


Non sono mai stata una grande fan di Scorsese e del suo cinema violento e iperamericano, l'ho sempre trovato disturbante e affetto da un "gigantismo" difficile da sostenere alla lunga (qualcuno mi schiferà per ciò che ho appena detto, lo so!).
Per questo il mio approccio a Hugo Cabret è stato all'insegna di una stuzzicante curiosità: può un cineasta epico tutto gangster e sparatorie, realizzare un film delicato e incantato tratto da un romanzo per ragazzi?

Non solo può, ma riesce a farlo con risultati eccezionali, commoventi, spettacolari.
Non risparmierò aggettivi superlativi e roboanti mentre parlo di questo film perché mi è piaciuto tantissimo ed è un vero e proprio regalo che va dritto al cuore e agli occhi di chi ama il Cinema e la sua storia, un gioco pirotecnico in onore della Settima Arte.

Hugo Cabret più che un film è un viaggio: inforchi i tuoi occhialoni 3D, sali a bordo e ti perdi per più di due ore tra ingranaggi, nascondigli, personaggi da stazione ferroviaria, vedute mozzafiato di Parigi, pile di libri, film di Meliès, ricordi degli albori del cinema e tanto altro, il tutto con ritmi ora forsennati ora delicati.

La parte più incentrata sul piccolo orfano Hugo Cabret (Asa Butterfiled), che vive dentro la struttura dell'orologio della stazione di Parigi e cerca di azionare un automa scrivente - unico ricordo del padre morto-, è quella più classica da film per ragazzi, da avventura giovanile alla Dickens, ed è molto bella e toccante.
Ma la vera sorpresa del film è la parte incentrata sul regista George Méliès (Ben Kingsley), sulla memoria del cinema delle origini, sull'invenzione stessa di quest'arte prodigiosa, e la luna di Le voyage dans la Lune, con l'occhio perforato dalla navicella spaziale, è l'emblema di un volo che non smette mai di emozionare e di "atterrare" sugli occhi e sul cuore dello spettatore.
Che meraviglia, che spettacolo!

Un film per cinefili nel senso più stretto ed etimologico del termine.

Darei un Oscar speciale agli occhi di Asa, di un azzurro immenso mai visto prima!

sabato 4 febbraio 2012

Del sorriso che resta dopo L'amore che resta


Ieri sera al cineforum del venerdì hanno proiettato Restless- L'amore che resta di Gus Van Sant e sebbene sapessi che si trattava di roba triste e struggente da lacerare il cuore (d'altronde quando mai Gus Van Sant ha fatto film allegri?) non ho potuto resistere alla tentazione di andarmi a fare un bel piantino e un bell' intreccio di nodi alla gola.

Non è andata proprio così però: roba triste e commozione sì, ma con stile, classe e intelligenza.
Nulla di patetico o tragico che vira nel tragicomico, nulla di sciocco di quella sciocchezza banale che pervade i film di amore e morte, nessuna spettacolarizzazione commerciale del deprimente e del doloroso, solo tanta delicatezza e un approccio originale e "diversamente triste" allo stilema classico della dipartita in giovane età.

Restless è un film delicato, aggraziato, che ha dentro qualcosa di mostruoso che riesce ad apparire sereno e roseo, come le guance di pesca di Mia Wasikowska, sbarazzino come il suo taglio corto di capelli.
Un film che riesce a conciliare con dolcissima armonia due cose inconciliabili come giovinezza e morte, facendo fluttuare i due protagonisti in un mondo lieve, poetico, persino affascinante.

Enoch (Henry Hopper) e Annabel (Mia Wasikowska) sono due adolescenti un po' particolari e fuori dal coro. Lui si imbuca ai funerali degli altri vestito da damerino e ha un immaginario amico giapponese; lei ama Charles Darwin e studia il mondo degli uccelli con passione da scienziata. Entrambi hanno un dolore profondo: lui ha perso i genitori in un incidente stradale, lei ha un cancro e sta per morire.
I due si conoscono, si innamorano, flirtano tra di loro e con la morte tentando di renderla più comprensibile e "facile" possibile, persino teatralizzandola e scherzandoci su.
Così la morte giovane diventa giovane e spensierata anch'essa e fa male ma in un modo più morbido e meno definitivo.

Il melodramma adolescenziale può essere non troppo melò nè troppo dramma e nemmeno troppo adolescenziale nelle mani sagge e vellutate di Gus Van Sant, che sa parlare di dolori estremi con un piglio leggero ma non superficiale, con respiro di sollievo e da una prospettiva alternativa.

Forse nessun film aveva mai esaltato e celebrato così bene la bellezza confortante del ricordo e la scena finale, con il sorriso disarmante di Enoch mentre in sottofondo parte la voce calda e immortale di Nico e della sua The Fairest of The Seasons, è pura e indimenticabile poesia e anzichè piangere canonicamente mi sono ritrovata a sorridere.