I Love Books: 49. La porta


Non avevo mai letto nulla di Magda Szabò, l'Ungheria non è mai rientrata nella geografia delle mie letture.
Un po' per caso, un po' perché vado spesso alla ricerca di letteratura femminile autoriale, ho comprato La porta fidandomi dell'entusiasmo della quarta di copertina, incrociandolo con le (rare) 4 stelle e mezzo di Anobii e con la frase categorica "il capolavoro della più grande scrittrice ungherese contemporanea".

Se dovessi definire in una sola parola questo romanzo direi che è ermetico, non perché di prosa o stile difficile, tutt'altro, ma perché non ne ho afferrato il senso pronfondo.
L'intento forse sì, ma il risultato finale e il valore davvero no. E' un libro che non sono riuscita ad "aprire" e che non ha dato vita ad alcun processo empatico. Proprio per questo l'ho trovato estremamente insulso.

La storia (autobiografica) è essenziale: il rapporto tra la scrittrice e la sua domestica di nome Emerenc, una figura di donna sui generis e di difficile gestione, che non permette a nessuno l'ingresso in casa sua - e nel suo intimo - e l'apertura di una porta in particolare.
Era proprio questo aspetto di inquietante semplicità ad avermi attratto e fatto presagire situazioni misteriose e un tipo di lettura tutta d'un fiato.
Questo tipo di premesse di solito regalano sorprese, colpi di scena, tensioni e scioglimenti di un certo livello: l'attesa del lettore è tutta concentrata su quella porta, sul segreto che vi si cela, sulla spiegazione dei comportamenti sfuggenti e misteriosi di Emerenc.

Ma si rimane delusi e perplessi, perché le motivazioni sono labili e sfuggenti, sono da intuire più che da leggere materialmente; da qui il senso di spiacevole vaghezza del racconto, di promessa spiazzante non mantenuta.

Tra l'altro ho provato pura antipatia per Emerenc, una donna quasi anaffettiva nella sua chiusura ai limiti dell'autismo, una vecchia rigida, severa, portatrice di una dignità fiera se non feroce, di una legge morale tutta sua e francamente pesante e sgradevole.
Emerenc ha sicuramente sofferto in passato, ha riportato ferite e preso batoste, almeno così suggerisce il racconto, ma ciò non basta a spiegare la sua maleducazione, la sua irritante e sistematica chiusura.
Così come inspiegabile è l'attaccamento e il forte amore di ogni persona, e di Magda in particolare, verso questa vecchia aspra e rigida come l'inverno magiaro.

Se a ciò si aggiunge un'atmosfera generale di nebbiosa tetraggine, di scenario ambientale e umano deprimente, di grigiume complessivo, capirete che La porta per me è stato tutto tranne il capolavoro che mi aveva annunciato la sua copertina.

Può darsi che voi troviate la chiave giusta per aprire La porta, io, dal canto mio, l'ho trovata sbarrata ermeticamente (e inutilmente, visto che oltre non c'era praticamente nulla!).

Ho scoperto solo dopo aver letto il libro che ne è stato tratto un film di produzione tedesco-ungherese dal titolo The Door (di Istvàn Szabò, 2012) con Helen Mirren nel ruolo di Emerenc, ma non credo proprio di potermi sorbire ancora quella donna!







Commenti

  1. a me è piaciuto molto, sembra che non succeda niente, come in "Cinque stagioni", di Yeoshua, in realtà c'è la vita che passa e che viene osservata nelle piccolissime cose, anche senza parole.

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    1. ciò è sicuramente vero, Franz, ma anche in questo suo aspetto riflessivo e profondo (ho capito che l'intenzione dell'autrice fosse fondamentalmente quella), non è riuscito a emozionarmi e crearmi empatia, è un libro che non mi ha parlato!

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