Serie tv mon amour: 31. House of Cards (stagione 1)


Freddezza.
Strategia, manipolazione, arrivismo, tutto all'insegna della più elegante e disarmante freddezza.
Lo schermo del pc si congela quando guardo questa serie, ogni forma di comunicazione sentimentale si blocca, ogni elemento di umanità si atrofizza.

Il mio problema con House of Cards è stato questo dalla prima all'ultima puntata.
Lo so che tutto ciò è voluto e che è proprio il punto della serie stessa, che tale freddezza è la messa in scena stessa di questo teatro politico così ben vestito e marcio dentro, di questo impeccabile gioco di burattini e burattinai, ma la patina gelata è troppo spessa per i miei gusti.
Il distacco mi fa distaccare. Quando c'è poco spazio per la mera, bassa, comune umanità, ciò che guardo, prima mi fa allontanare e poi mi annoia,

Spesso mi sono annoiata guardando House of Cards fino a sfiorare il colpo di sonno, spesso mi sono persa tra le mosse politiche di turno, orientandomi poco e male.
Ho dovuto premere spesso il tasto pausa per fare il punto della situazione e contestualizzare.

La scienza politica non mi è mai piaciuta, soprattutto quando perde i suoi connotati più storico-filosofici per farsi squallido gioco di poteri e posizioni.
Ma se questo gioco diventa azione e reazione continua e mozzafiato, diventa estremo, un po' come in Game of Thrones, allora mi lascio coinvolgere ed esaltare.

Ciò che avrebbe potuto dare questo tipo di brio spietato ad House of Cards, la sua essenza crudele e priva di scrupoli, rimane troppo sulle sue, ha uno slancio di tipo britannico e rimane sempre troppo frenato dal suo abito buono.
Il furore vendicativo e le strategie belliche di tipo shakesperiano risultano un po' troppo ingessate nell'istituzionale. Avrei voluto qualche affondo di più, qualche perdita di controllo, qualche soprassalto.

Ma il vero problema, per quel che mi riguarda, è questo: alla vicenda narrata manca il cuore, a Frank Underwood e a tutto il suo mondo privato e pubblico manca il cuore, e per esteso o per contagio, anche alla serie manca un cuore.
Non c'è possibilità alcuna di empatia, di sfogo, di trasporto emotivo, ogni debolezza viene messa al bando.
Che poi credo sia esattamente l'intento programmatico e beffardo della serie e l'ho odiata per questo.

Eppure è una serie di grandissima qualità, un prodotto per palati fini, oserei dire per spettatori colti, quasi per cinefili; la sua eleganza formale è perfetta, la sua estetica della precisione è totale.
C'è tanta bellezza fotografica in House of Cards, un continuo susseguirsi di scene visivamente impeccabili.

Nello stesso tempo però è una serie troppo americana, troppo da filone cinematografico Casa Bianca e Washington D.C., infarcita di politichese megalomane a stelle e strisce, di licenze fantapolitiche a tratti caricaturali, talvolta persino di luoghi comuni antologici sulla macchina politica statunitense.
Agli occhi di un italiano tutto questo appare a tratti come fosse mitologico, ossia "n'americanata".

Kevin Spacey, è inutile dirlo, è un mostro sacro, è il solito camaleonte, ma in questa serie io l'ho trovato fin troppo teatrale, con quel suo modo cantilenante e attoriale di parlare (ho visto l'intera stagione in lingua originale), con quella dialettica da perfido furbastro sempre e comunque.

Di solito quando guardo una serie mi creo all'istante affinità elettive, simpatie ed antipatie, segno che sto reagendo e che il coinvolgimento è in atto; guardando House of Cards mi sono resa conto di detestare all'unisono tutti i personaggi in scena (ad eccezione dell'umanissimo Peter Russo e della sua docile segretaria-fidanzata) e questa è sì una reazione, ma del tutto anomala, troppo complessiva e avversa.

Odio Claire e la sua algida gestione di cose/persone/emozioni, odio Zoe perché dietro le sue ambizioni giornalistiche si nasconde una puttanella facile, odio tutti, TUTTI.

E poi c'è quello sguardo in macchina, quel detestabile ammiccare di Frank alla macchina da presa, il colpo di grazia a quel minimo di coinvolgimento diretto che può tentare di provare lo spettatore, la messa a nudo e lo sfondamento di un sipario che avrebbe emozionato di più se nascosto.

Giunta alla fine della prima stagione mi chiedo se desidero proseguire con la seconda: una parte di me, quella più sensibile al bello fine a se stesso, al perfezionismo visivo e alla recitazione da grandi nomi vorrebbe continuare, ma la parte di me dai gusti televisivi seriali più pratici e di impatto narrativo immediato, mi dice di desistere.

In fondo la serie è tratta da un romanzo di Michael Dobbs che se ricevessi come regalo a Natale andrei a cambiare all'istante in preda al disgusto: il genere thriller politico non ha mai trovato posto nella mia libreria e fra i miei gusti e forse il problema è proprio questo.

Commenti

  1. ho avuto fredde sensazioni simili.
    d'altra parte è difficile trovare calda questa serie :)
    però sono andato avanti e la seconda stagione mi è piaciuta di più. anche se forse è ancora più glaciale...

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    1. Si può andare in ipotermia guardando questa serie! Devo ancora decidermi se congelarmi ancora con la seconda stagione o mollarla...

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  2. Sei la prima che spende due parole negative su questa serie. Io non l'ho guardata, ho abbandonato le serie tv da anni ormai, e sinceramente, nota la nostra affinità di gusti, credo che tutta questa freddezza umana non sia proprio nelle mie corde!

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    1. Se decidi di ritornare all'asociale mondo delle serie tv ti direi decisamente di non partire da questa, brrrr 😊

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  3. Quindi dici che a me, che adoro serie ritenuti da tutti 'noiose' come "Mad men" e "Boardwalk empire", questa serie possa piacere?
    Perché in effetti mi ispirava alquanto...

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    1. Anche io amo serie statiche come Mad Men o Downton Abbey ma lì il cuore e il calore c'è. Qui invece siamo nel territorio della perfezione stilistica senza anima...

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  4. Beh di sicuro non è una serie che può scaldare il cuore... ma io la trovo estremamente affascinante nel mostrare così, nudi e crudi, i teatrini dei politici e tutte le meschinità e le ipocrisie che muovono la macchina politica... forse io sono un po' cinica, ma il mondo è proprio quello che ci mostra House of Cards, freddo e terribile... e Frank Underwood è un gigante, un personaggio che non si fa amare, che non si può amare, ma che quando c'è lui il resto svanisce (merito anche di un Kevin Spacey in pieno splendore)... se posso darti un consiglio, garda anche la seconda stagione, che per me suera qualitativamente la prima, già di per se molto alta... e fammi sapere!

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    1. Forse mi manca un pizzico di cinismo in questo periodo, ho il cuore troppo tenero e un desiderio enorme di calore umano; credo che anche questo abbia influito e non so se posso reggere altra spietata messa in scena di freddezza...ci penso (perché un po' curiosa in effetti lo sono!)

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  5. Io le ho amate entrambe alla follia, ma la seconda stagione è una spanna sopra. Quasi un'opera teatrale moderna, cinica e fredda, che mostra, senza pietà, quello che succede nelle stanze del potere. Spacey da applauso. Attendo con ansia la terza stagione.

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    1. deve piacere il genere cinismo-politico-spietato, perché da questo punto di vista, sono d'accordo con te, è un'opera dalla raffinatezza teatrale.
      Per quel che mi riguarda troppa freddezza alla luna raffredda e l''assenza di umanità si fa sentire, troppo.

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  6. la ritengo una delle serie tv meglio fatte di sempre.

    www.nonsidicepiacere.it

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  7. House of Cards ha fatto uscire il peggio di me. Spesso mi sono detto "Da grande vorrei essere Frank Underwood". La serie è perfetta: stile, regia, sceneggiatura, e soprattutto gli attori (Kevin Spacey è un genio, c'è poco da dire) e il fatto che non abbia un cuore, come dici tu, che sia cinica, spietata e glaciale, è proprio ciò che mi ha fatto impazzire dalla gioia. I personaggi che ce l'hanno, o che sembrano averlo, crollano sulla strada e vengono lasciati indietro a morire di fame.
    Ma ti posso assicurare che alla fine di tutta la serie il cuore si vedrà, fidati.
    Aspetto la terza stagione come un bambino aspetta Babbo Natale ;)

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