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Serie tv mon amour: 34. Transparent

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Disfunzionale, stramba e con un'afflato malinconico e poetico: ecco com'è la famiglia protagonista  di  Transparent , una serie tv (per l'esattezza una webserie prodotta da Amazon) davvero originale, con un modo di essere tutto suo, liberamente stravagante. Le storie di famiglia, siano esse letterarie o cinetelevisive, sono a mio parere tre le cose più intense da narrare e farsi narrare, possiedono nuclei narrativi interessanti e universali. Se poi la famiglia in questione è problematica ai limiti della psichiatria, outsider in maniera portentosa, americana nella sua accezione più esagerata, l'intrattenimento è assicurato. Considerando che l'ideatrice della serie, Jill Soloway , ha vissuto la stessa esperienza con il padre, tutto risulta ancora più straordinario. Il fatto che il protagonista  Mort faccia coming out e riveli ai suoi figli adulti di essere un transgender è solo una delle cose strambe di questa famiglia. I tre fratelli Pfefferman sono...

I Love Books: 94. Le braci

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Seguendo il consiglio della mia blogger prediletta Maria di Scratchbook   e complice un'offerta lampo Kindle arrivata ad hoc, ho letto Le braci di  Sándor Márai , un libro breve, ma intenso e vigoroso, di quelli in grado di trasmettere scosse sottocutanee e di attivare percezioni interessanti ad ogni frase ( qui il bellissimo post di Maria). Ho sottolineato così tanto il libro che alla fine posso dire di averlo sottolineato integralmente: la prosa di  Márai  è suggestiva, magistralmente descrittiva, meditativa. E sopra ogni cosa carica di romanticismo, nel senso profondo ed emozionale del termine, in senso autenticamente romanzesco. Siamo nel 1940, in Ungheria, in un castello ai piedi dei Carpazi. Due amici, Henrik e Konrad , cresciuti insieme e allontanati da una serie di circostanze, si incontrano dopo 41 anni. Il non detto di lunghi anni silenziosi e distanti richiede un'ultima definitiva esplicitazione, un congedo che sia chiarificatore, sincero e fo...

I Love Books: 93. La signora Armitage

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Le nevrosi femminili sono sempre materiale narrativo interessante, almeno per me. Mi piace sedermi idealmente sui divani da psicoanalisi, accanto a queste donne letterarie fumantine e ascoltarne i deliri condivisibili e gli stati d'animo cangianti. Nella loro inquietudine ritrovo spesso una parte di me, ma anche un discorso universale sull'essere donna che, al di là di epoche e contesti diversi, ha dei punti fissi arcaici ed eternamente validi. L'essere moglie, l'essere madre: c'è forse qualcosa di più semplice eppure complesso di questo? C'è forse una condizione più ampiamente narrabile eppure inenarrabile di questa? Siamo spunti letterari viventi secolari, siamo racconti mai facili che è necessario mettere per iscritto, siamo creature delicatissime con flussi di coscienza ininterrotti e dosi di autoironia insospettabili. Penelope Mortimer  (che ho scoperto grazie all'adorata Minimum Fax , dispensatrice indefessa di delizie editoriali e di belliss...

I Love Books: 92. In fuga

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Il mio primo appuntamento con Alice Munro è andato male. Non è stato catastrofico, ma non ha acceso in me alcuna fiammella di entusiasmo. Il mio problema non è stato la noia o una scorrevolezza mancante (sono arrivata fino alla fine senza difficoltà), ma la sensazione di inconsistenza, di labilità istantanea di ciò che stavo leggendo. La mia domanda mentale fissa è stata: "Di cosa e di chi sto leggendo?" e non ho saputo darmi una risposta decisiva. Era novembre e mi decido a parlarne solo ora perché dopo mesi di silenziosa perplessità tendente alla rassegnazione definitiva e alla scarsissima voglia di condivisione, è rinata in me l'ostinazione di capire meglio questa scrittrice, di provare a leggere qualcos'altro di suo (e qui entrate in gioco voi munriani con esperienza pluriennale) e di sfidare ancora la mia poca intimità con il genere del racconto. Probabilmente non vincerò mai questa diffidenza verso i racconti e continuerò a sentirmi insicura sul senso...

I Love Books: 91. I ragazzi Burgess

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Mi piace la scrittura di Elizabeth Strout , è un insieme armonico di atmosfera geografica e di analisi psicologica, di poetico intimismo e di semplicità della quotidianità. Scorre veloce, ma crea anche suggestioni durature. E mi dà conforto perché affronta sempre situazioni e personaggi in equilibrio precario, in perdita, ricchi di disfunzioni e di travagli esistenziali. La gente che ha problemi è la mia comfort zone in letteratura. Avevo già provato questa sensazione di accoglienza con  Olive Ki tteridge , forse la mia unica esperienza di amore per la forma narrativa del racconto, e con I ragazzi Burgess l'abbraccio umanissimo della Strout è tornato a farsi sentire, protettivo, solidale e beffardo al tempo stesso. Il Maine come sempre la fa da padrone, è uno stato mentale oltre che uno Stato degli Stati Uniti d'America, ed è una fonte di sentimenti ambivalenti, di miscele complicatissime di nostalgia e rifiuto totale, di disagio del ritorno e di disagio dell'ad...

Il mio parere su Whiplash

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Avete presente una di quelle scene feroci da ring alla Rocky Balboa in cui il volto del pugile è un informe ammasso di sudore e grumi di sangue, un'unica smorfia di dolore e stoica sopportazione di esso, di cedimento imminente e di sfida esasperata alla resistenza fisica? O anche una di quelle scene da addestramento bellico esagerato dei film di guerra americani, in cui il giovane soldato di turno viene vessato e sopraffatto da addestratori dai modi fascistissimi il cui unico obiettivo sembra l'umiliazione beffarda? (Inevitabile pensare a Full Metal Jacket guardando il film!). Whiplash (di Damien Chazelle , 2014) è più o meno questo in versione musicale ed è un film bellissimo, dotato di una carica energetica contagiosa e di un'aggressività rigenerante, euforizzante. Un film sul sacrificio e sull'allenamento costante ad esso, sul mettere alla prova i propri desideri con spietate sedute di verifica, per vedere fino a che punto sono veri e resistenti. Un film su...

I Love Books: 90. Storia della bambina perduta (L'amica geniale - Quarto e ultimo volume)

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Mi sono congedata dalla tetralogia più di una settimana fa, ma solo oggi mi decido a scriverne. Ho dovuto smaltire quintali di nostalgia ed elaborare sindromi dell'abbandono multiple, ma piano piano ne sto uscendo. Persiste in me una sensazione di vuoto cosmico e di diffidenza ai limiti del fastidio verso ogni altra forma di produzione letteraria, ma ho avuto quantomeno il vigore di prendere in mano un altro libro e di riporre l'ultimo volume sullo scaffale domestico come per metterlo definitivamente a tacere. Storia della bambina perduta mi è piaciuto lievemente di meno rispetto al  primo , al  secondo  e al  terzo volume , ma solo per quello che rappresentava simbolicamente, per il suo essere un addio in fieri, la fine annunciata di un grande amore e la consapevolezza di una rassegnazione obbligata. Più andavo avanti e più mi dicevo "ti prego, non finire, non chiudere, ti odio, ti amo, non sono pronta". Sì, sono una disadattata in grado di provare sensazi...