I Love Books: 75. Le vite di Dubin


Nel panorama della letteratura ebraico-americana contemporanea il mio unico riferimento è Philip Roth, non ce n'è per nessuno. Dopo un'esperienza terrificante con Saul Bellow e un'eterna paura di approccio nei riguardi di Paul Auster, ho deciso di continuare nella mia monotematica e appagante direzione roth-centrica.

Poi però ho visto tra i suggerimenti d'acquisto on line simil-Roth il nome di Bernard Malamud, anche lui scrittore jewish moderno (premio Pulitzer e due volte National Book Award) che conoscevo vagamente (per lo più per la fama del suo Il commesso) e di cui non avevo mai letto o previsto di leggere nulla.
Così nell'ultimo ordine su Amazon ho inserito Le vite di Dubin, che Malamud considerava il suo romanzo migliore, e mi sono predisposta al cambiamento, all'ampliamento del mio orizzonte letterario statunitense ed ebraico.

Dico subito che Malamud in qualche lontano modo somiglia a Roth, almeno per quanto riguarda le tematiche e la centralità preponderante di individui in crisi esistenziale e perfetti per la psicoanalisi, ma lo stile è diversissimo.

Roth è furore, è palpitante, le sue storie e i suoi personaggi sono inquieti, irrefrenabili, ardimentosi; quando si legge Roth non lo si fa per cercare pace e comodità.
Quel che ho letto finora di questo maestro mi ha sempre scossa e strattonata, mi ha travolto; il suo perfetto mix di ritmo narrativo incalzante e disarmante bellezza di scrittura mi ha esaltato sempre.

Malamud al contrario è il trionfo della pacatezza, della lentezza, della narrazione sopita e involuta dentro pause di puro incanto descrittivo.

Il suo stile di scrittura è molto elegante, la sua prosa molto ricercata e fantasiosa; ho sottolineato numerose frasi e passaggi trovandoli magnifici e di grande inventiva.
Da questo punto di vista il il romanzo è veramente l'opera di un grande maestro.

Tuttavia la storia in sé non mi ha mai preso per mano né schiaffeggiato, non mi ha fatto trasalire e non mi ha nemmeno allietato; non ha avuto alcun effetto su di me e il prima e il dopo Le vite di Dubin è la stessa identica cosa.

Il personaggio di William Dubin, biografo alle prese con una gigantesca crisi di mezza età e creativa, un'amante giovanissima e una moglie impegnativa, potrebbe essere benissimo un personaggio alla Roth, così fragile e vacillante com'è, ma nelle mani di Malamud le sue azioni sono poco incisive, le reazioni alle sue azioni sono poco rivoluzionarie, timidamente destabilizzanti.
C'è come una discrezione di fondo, una paura di osare e far spaventare il lettore che da una parte sa di rispetto e di delicatezza, ma dall'altra ti dà frustrazione o ti fa sbadigliare. Troppa moderazione, troppa parte del romanzo resa in punta di piedi, senza calci e furore.

Il risultato è una narrazione bella, ma priva di apici, aggraziata, ma troppo calma e canonica per coinvolgere il lettore. La storia del triangolo amoroso e dell'ultra cinquantenne nostalgico della giovinezza è il topos più tipico che c'è, è pura classicità, e Malamud sembra non voler aggiungere altro a questo canone se non la sua grande abilità nello scrivere, la sua sublimazione del normale, del banale attraverso belle parole, magnifiche espressioni.

Il fatto che Dubin stia scrivendo la biografia di uno scrittore audace come D.H. Lawrence, e che stia incontrando enormi difficoltà nella stesura, è fortemente simbolico, è il cuore fondamentale del romanzo, il senso della pluralità del suo titolo.
La tematica metaletteraria del vivere le vite degli altri attraverso la scrittura, evadendo così dalla propria, poteva essere sviluppata meglio, con più trovate e sterzate forti, ma, ripeto, c'è sempre una timidezza di fondo che rende tutto fin troppo ovattato, perfino nei momenti più "concitati" o di rottura.

Forse ho sbagliato ad avere come riferimento Roth, le mie aspettative si sono un po' distorte nella speranza di avere a che fare con un trasporto di lettura totalizzante e con un romanzo in qualche modo potente.
Invece Le vite di Dubin è (per me) un romanzo trascurabile e mi dispiace dirlo perché la scrittura di Malamud è tutt'altro che trascurabile.

Adesso vorrei quasi mettere alla prova Malamud leggendo Il commesso.

O forse potrei smetterla di avere aspettative e fare mia la bellissima frase del romanzo:

"è proprio necessario che tutto significhi qualcosa?"

Commenti

  1. Vedo in lettura un libro che voglio da un'eternità; non come quelli che "prima o poi lo leggerò", ma uno di quelli "quanto vorrei prendermi una pausa dalla vita e rintanarmi in qualche piega dimensionale con questo libro”. E via.

    Tornando al tema della discussione, tornando a Malamud, io sono d'accordo con te ma faccio un passo in più e mi domando se non sia troppo semplice stupire col "colpo d'effetto". Anch'io sono una Rothiana e ho più volte sbandierato la mia preferenza, anzi no, il mio bisogno di narrazioni violente: io voglio farci a pugni con lo scrittore, voglio sentirla addosso la storia, e le esperienze di lettura più significative che riesco a ricordare sono state difficili, impegnative e meravigliose. Ma. Ma ultimamente cerco di essere meno istinto, non solo "pancia". Perché credo che ci sia del merito, forse più, nel rendere appetibile la normalità. Che poi è con quella che noi abbiamo a che fare tutti i giorni. Mi piace, tra un arresto cardiaco e l’altro, prendere una boccata di lentezza. Poi, di nuovo all'inferno.

    Bacio.
    Mary.

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  2. il libro in lettura sai che penso di abbandonarlo? Lo sto trovando pesante e non sono riuscita ad entrarci dentro, forse non è il periodo giusto (o la traduzione giusta!). Mi sa che passo ad altro, a qualcosa di più estivo, e lo metto in stand by...

    Anche a me piace la boccata di lentezza (se volessi solo "violenza" mi scolerei tutta l'opera di Roth senza interruzioni, ma sarebbe deleterio!), però in questo romanzo di Malamud ho trovato fin troppa pacatezza. Credo che io abbia sbagliato nel paragonarlo a Roth perché leggendo mi sono aspettata tutto il tempo qualcosa alla Roth. Invece era Malamud, punto. Vorrei riprovare con Il commesso, ma magari fra un po'.
    Un bacio Mary

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  3. Un altro nome citato nelle "Chiacchiere di bottega" di Philip Roth.
    Magari ti potrebbe piacere la sua rilettura di Saul Bellow, per rivalutarlo.
    Dovendo scegliere un libro di Malamud, penso che opterei anche io per questo...

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    1. Deve essere molto interessante Chiacchiere di bottega, mi piacerebbe leggerlo!
      Più che rivalutarlo, Bellow dovrei imparare a capirlo...Avevo iniziato Herzog ed è stato traumatico, decisamente non fa per me!
      Di Malamud ho optato per questo perché ho letto che Malamud stesso lo considerava il suo romanzo migliore. Col senno di poi forse avrei dovuto leggere Il commesso e credo che in futuro lo farò. Voglio dare una seconda chance a Malamud :)

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  4. Eccomi, carino il tuo blog <3
    Ho in libreria il commesso che, spero sinceramente, di iniziare a breve così se mi piacerà valuterò anche questo ;)

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    1. Grazie Lucrezia :D
      Il commesso voglio leggerlo anch'io presto, sono molto curiosa ;)

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