Il mio parere su L'attesa


L'opera prima di Piero Messina ha la grazia della calma, la poesia dell'indugio e la raffinatezza carica di senso della lentezza, quel tipo di lentezza che non è fatta di vuoti, ma di pieni silenti, simbolici, quasi metafisici.
L'attesa di tipo diverso di due donne si affianca a quella dello spettatore, un'attesa tutt'altro che snervante, perché intrisa di bellezza visiva e di inviti alla pacatezza.
Non ci si sente impazienti durante la visione del film, ma sospesi in una dimensione tra il surreale e la promessa, curiosi ma senza avidità.

Messina oltre ad essere un sorrentiniano (è stato assistente alla regia per This Must be the Place e La grande bellezza), è anche a mio avviso un caravaggesco: la sua ricerca della luce esteticamente più d'impatto ha a che fare con l'arte, è oltremodo suggestiva.
Certi tagli di luce mi hanno fatto pensare anche al dipinto di Hopper (mio grande grande amore), Morning sun, così solare e inquietante.

A dire il vero tutto il film mi ha fatto venire in mente la pittura, come fosse un dipinto carico di luci ed ombre in cui i personaggi rappresentati prendono vita, ma in punta di piedi, senza sfondare mai la tela, con garbo e movenze poetiche, con dignità malinconica.

Il rischio del manierismo era lì all'angolo a braccetto con quello del citazionismo, temevo l'opera di un emulatore innamorato del maestro, di uno scolastico, eppure il film di Messina è libero da tale condanna e ha uno stile identificativo, forse ancora da perfezionare, ma già notevolmente personale.

La luce siciliana ha una potenza unica al mondo, è un oro pienissimo, accecante, una sublime persecuzione e ne L'attesa questa dimensione geo-luminosa è una costante, protagonista tanto quanto le due donne che animano delicatamente la scena.
Quella che riempie le scene del film è una Sicilia dell'entroterra scabra, quasi mitologica, isolamento nell'isolamento, trionfo di contrasti cromatici, di ritualità persistenti, di esplosioni naturalistiche.

Non la solita Sicilia stereotipata e variopinta, ma una Sicilia più taciturna e misteriosa, più votata al raccoglimento.            
La scena folkloristica del film con quella statua della Madonna a lutto che cerca suo figlio e la scalinata di Caltagirone illuminata (la processione della Giunta di Caltagirone appunto, città natale di Messina) che è così atavicamente sicula, si incontra bene con la vicenda del film, con la madre addolorata del film, ma non la domina mai, non issa il vessillo scontato del regionalismo.

A dominare quest'opera filmica è invece una mesta Juliette Binoche il cui sguardo fisso di dolore è puro talento, è iconografico. Lo ripeto: in alcune scene sembra dipinta da Caravaggio.
E accanto a lei una bellissima, freschissima Lou de Laâgeocchi grandi e l'inquietudine giovanile di chi prova ad aspettare lenita in parte dalla natura isolana, da amicizie estemporanee, da chiacchierate spensierate.

Aggiungiamo alla bellezza di questo dualismo femminile, le musiche del film, in particolare Missing dei The XX, pezzo dalla sonorità soave, il perfetto tocco etereo per questo film di gran classe, per questa messa in scena del dolore materno e del suo contenimento.

La commozione è garantita.

Badate bene, L'attesa non è un film lezioso per cinefili fighetti: ha di certo un'attitudine estetizzante e una vanità di fondo, ma ha anche dei lati in qualche modo violenti, dà allo spettatore scariche di emozione tutt'altro che di maniera.

La scena in cui Juliette Binoche abbraccia e sgonfia con addolorata veemenza il materassino gonfiabile rosa (lo stesso che in una scena molto sorrentiniana ad inizio film svolazzava solitario e simbolico) ha una potenza indimenticabile, è la lotta spasmodica della madre con il suo dolore, è la perfetta sintesi del film.

Liberamente tratto da La vita che ti diedi di Luigi Pirandello (dramma teatrale incentrato proprio sulla figura di una madre il cui figlio è lontano da anni), L'attesa non mette in scena la lontananza, ma la scomparsa (definitiva), l'incombenza invadente di un dolore interiore, la messa in stand-by del dolore altrui, un gioco consapevole e altruistico di illusione, di fantasia conservatrice, di ingenuità materna.

Ingannare l'attesa, ingannare qualcuno nell'attesa, a fin di bene, per amore, per orrore del dolore.

Non perdetevelo!



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