Il mio parere su L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo -


L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (tit.orig.: Trumbo, di Jay Roach, 2015) è la storia di un combattimento a suon di tasti battuti sulla macchina da scrivere contro l'imposizione di un silenzio, di quella volta in cui il maccartismo pensò di spuntarla con la sua ottusa azione repressiva e invece venne grandiosamente gabbato.

Le vie traverse della creatività letteraria in una fase storica di paranoie e limitazioni ridicole.
Cose belle, insomma.

Dalton Trumbo scriveva sceneggiature brillanti, cose importanti per il cinema che contava, ma aveva il "problema" di essere comunista, almeno ideologicamente, e allora la sensibilissima America, irrigidita e resa psicotica dalla guerra fredda, pensò bene di mettergli i bastoni fra le ruote, di bloccare l'andamento sciolto della sua inventiva e di metterla a tacere perché antiamericana.

La blacklist era lì pronta a fagocitarlo per sempre.

Secondo voi, uno come Trumbo, mattatore della macchina da scrivere, sceneggiatore e adattatore vulcanico, si fece schiacciare dai piedi di questa distorsione politico-psichica? Si fece addomesticare?

Ovviamente no, ed è questa la cosa meravigliosa di questa storia, di questa pellicola.


Non aspettatevi però un film di lotta epica contro il sistema, una di quelle vicende impegnatissime e dichiaratamente politiche che celebrano l'innocenza con toni lirici: Trumbo è un film in qualche modo lieve, in grado di trasmettere speranza e furbizia a dispetto dell'ingiustizia che viene narrata, è una visione ottimista e mai arrendevole di una situazione davvero tragica.

Merito dello stesso martire protagonista, di quel Trumbo inarrestabile, mai disfattista, sempre libero nel pensare e nell'inventare, anche nel reinventare se stesso.

Nascondersi sotto mentite spoglie, ma continuare a lavorare, a produrre sogni scritti per il cinema, di vario livello, ma sempre con una passione talvolta isolante, pura febbre.
Amore pari solo a quello per la propria famiglia, rifugio altrettanto necessario.

Riuscire a vincere due Oscar (per Vacanze romane nel 1954 e per La grande corrida nel 1957) in forma anonima è qualcosa che solo lui poteva fare, è l'apoteosi dorata e sagace di un genio che gli altri volevano bendato e imbavagliato e che salvò se stesso da questa condanna.

Bryan Cranston, attore che io ho iniziato a idolatrare amare dopo l'esperienza pluristagionale e formativa di Breaking Bad, si conferma un attore dalle prestazioni appassionate e come autocucite addosso.

In versione Trumbo, con sigaretta penzolante, whiskey e/o benzedrina accanto, occhialoni e immersione in vasca da bagno per sceneggiare avidamente, è già un'icona, ma anche al di fuori di questi momenti perfettamente simbolici, Cranston sposa il suo personaggio e si fa lui con grande maestria, in maniera energica e commovente.


Ho provato grande simpatia per quest'uomo così pratico, che non si nascondeva dietro idealismi e rivendicazioni dall'afflato poetico, ma celebrava sinceramente la necessità del proprio lavoro, anche dei vantaggi economici che derivavano da quel lavoro.

Anche lavorare per il pessimo cinema dei fratelli King (grandioso John Goodman nei panni di Frank King) può essere una soluzione liberatoria,



anche perché all'improvviso possono arrivare due sorprese come Otto Preminger e Kirk Douglas a ribaltare le cose, a ripagare i tuoi sacrifici e la tua commovente capacità di adattamento.



Insomma, la vita di Dalton Trumbo, come il cinema che inventava a parole, fu sorprendente, una storia incredibile di resilienza.

Il film di Roach lo è altrettanto, ed è brillante e commovente al punto giusto, forse più brillante che commovente.

Solo nel discorso finale di Trumbo durante la cerimonia di "ritorno" al cinema, quando vengono rievocati sacrifici, vite perse, tradimenti, quando quella paranoia devastante è già lontana, ci si rende conto veramente della sofferenza e della coerenza ferrea di Dalton Trumbo.

Del fatto che fosse un genio in grado di far fare piroette alla sua macchina da scrivere invece ci si rende conto subito e l'ammirazione è istantanea.

Si ama lui e per questo si ama il film.

P.S.: Non credo che Bryan Cranston vinca l'Oscar per la sua interpretazione, gli avversari sono giganti, ma lo vinse ben due volte Dalton Trumbo e Cranston è così intensamente ed alacremente Trumbo da averlo in qualche modo già vinto.


Commenti

  1. Bella storia, ma a livello cinematografico l'ho trovato un po' troppo classico e piatto...
    Oltre a un buon regista, gli manca uno sceneggiatore del calibro di Trumbo, insomma. :)

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