I Love Books: 113. Viaggio al termine della notte


Un moto di ribrezzo al primissimo impatto: la grammatica è fatta a pezzi, la sintassi è anarchica, il periodo segue ritmi tutti suoi, la prosa è sporca, malsana, farneticante.
Oddio, basta, basta Louis-Ferdinand, abbi pietà di me.

All'inizio ho vissuto questa lettura come uno stupro, e non mi sento esagerata nel dirlo.

E invece poi...

Invece mi sono pian piano abituata allo stile singolare di Céline, ai suoi deliri autocratici, a quella sporca vicinanza al parlato che non sembra nemmeno letteratura, ma una molesta ubriachezza linguistica, e ho scoperto della meravigliosa poesia, dei panorami di quiete lirica.

Fiori nel letame, perle in mezzo allo schifo.

Perché Céline mentre ti parla in toni sferzanti come schiaffi sonori di guerra, di malattia, di morte, di peso immane dell'esistenza, mentre ti infetta con la sua turpitudine narrativa e stilistica, ti dona riflessioni di un lirismo perfetto, di quelle che fanno tremare per verità e bellezza.

La Vita che sputa fuori questo romanzo è incessante, è così continua e radicale che ci si sente immobili, vigliacchi e quasi morti leggendolo, ci si sente fuori dalla portata della vera avventura del vivere, al sicuro, prosperi ma così banali e noiosi.

Perché Bardamu ha esplorato la notte di ogni dove, si è spinto al limite, là dove c'è il marcio dell'umanità, la bassezza, il miserrimo, e non ha mai fermato i suoi confini, le sue peregrinazioni-penetrazioni geografiche dell'esistenza.

La prima guerra mondiale, l'Africa coloniale, l'America ai tempi del fordismo, la Parigi dei sobborghi, il viaggio del protagonista è lungo e umanamente variegato, è un conflitto, un'esplorazione mai serafica, sempre precaria, sempre attraversata da situazioni sospese tra il grottesco e il ributtante.
Un ribollire lavico di Esperienza.

Ho trovato parecchio indigesta la prima parte, con la sua carica di orrore bellico, le sue psicosi violente. Ne ho avuto paura, ma credo mi abbia fatto maturare, come lettrice almeno.

È forse di paura che il più delle volte si ha bisogno per cavarsi d'impiccio nella vita. Quanto a me, non ho mai voluto altre armi da quel giorno, o altre virtù.

Ho provato una sensazione fisica di asfissia, di tanfo malarico e di calore addentrandomi con Bardamu nella foresta tropicale. Ma poi mi ritrovavo incantata da cose così:

I tramonti di quell'inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c'era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un'ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all'altro d'uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s'innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l'orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi straccia alla centesima replica. Ogni giorno verso le sei era esattamente così che andava.
Meraviglia. Meraviglia. Meraviglia.

Il peso del romanzo, talvolta esagerato, quasi come una condanna al turpe, si scioglie in questo genere di arte poetica.
Anche ai livelli più infimi della storia, arriva puntuale un'elevazione quasi spirituale, una meditazione alata che vi porta davvero in alto.

E così sono andata avanti, perché tutta questa volgarissima vita mi creava dipendenza, come il brutto che ti dovrebbe far girare dall'altra parte e invece ti ritrovi ad esplorarlo con occhi avidi.
Perché ero alla ricerca del bello e sapevo che quell'indisciplinato di Céline me lo avrebbe sparso qua e là come polvere di stelle in mezzo alla sporcizia.

E così sono rinata parzialmente a New York, quella città "assolutamente diritta", descritta in modo portentoso.
New York è una città in piedi. Ne avevamo già viste noi di città, sicuro, e anche belle, e di porti e di quelli anche famosi. Ma da noi, si sa, sono sdraiate le città, in riva al mare o sui fiumi, si allungano sul paesaggio, attendono il viaggiatore, mentre quella, l'americana, lei non sveniva, no, lei si teneva bella rigida, là, per niente stravaccata, rigida da far paura.

Anche lì, anche nella feconda America, Bardamu incontra l'alienazione, e anche se ho riempito un po' i polmoni di civile aria metropolitana, di avventura meno selvaggia, qualche forma di disagio, di incipiente putrefazione, è venuta a disturbarmi.

Man mano che resti in un posto, le cose e le persone si sbracano, marciscono e si mettono a puzzare appositamente per te.

E poi il ritorno in Francia, nelle vesti di medico, in quelle zone di Parigi dove lo squallore e l'indigenza si fanno quasi teatrali, dolorosamente ironici.
Povertà, sempre lei.

L'esistenza, è una cosa che vi torce e vi rovina la faccia. [... ] I poveri son cotti a puntino. La miseria è gigantesca, si serve della tua faccia per asciugare l'immondizia del mondo come con un asciugamano da bagno. Ce ne resta sopra.

Ma anche quell'ironia salvifica, quell'alleggerimento delle prospettive che è una saggezza spicciola di enorme valore.

È come una donna mostruosa la Pena, e tu te la sei sposata. Forse è ancora meglio finire per amarla un po' invece di dannarsi a picchiarla tutta la vita. Perché è chiaro che non la puoi accoppare.
E alla fine il viaggio lo hai fatto tu, sei sceso negli inferi, fin nelle sue rivoltanti budella, hai sofferto, riflettuto, sorriso amaramente, hai tirato i tuoi nervi e le tue sensibilità fin quasi a lacerarle, non ti sei divertita affatto in questa selva oscura dove l'uomo sembra un po' una bestia e la vita vale niente.
EPPURE, hai amato, hai sperimentato l'infinita portata della letteratura, la sua possibile dilatazione, la sua capacità di farsi contenitore capientissimo, ed è stata un'esperienza così nuova da farti sentire speciale, viva.

Ci si sente proprio così dopo aver finito di leggere il libro, miracolati, emersi vittoriosi da una palingenesi che sembrava lontanissima, carichi di una filosofia della vita che non fa più paura come all'inizio.

La mia matita si è consumata, la punta traballa, perché ho sottolineato così tanti passaggi da tatuare il libro, da renderlo un ricordo grafico.
Dimenticare Viaggio al termine della notte? Mai.
Ti si diffonde dentro come veleno, come antidoto.
Ti uccide e ti rimette al mondo.

Poiché non siamo che un sacco di trippe tiepide e corrotte faremo sempre una gran fatica coi sentimenti. Innamorarsi è niente, è restare insieme che è difficile.

Invece io sono rimasta insieme al libro. Difficile lo è stato, ma ne è valsa la Pena. Letteralmente.

Commenti

  1. Ho commesso l'errore di leggere questo romanzo da troppo giovane, infatti credo che fossi ancora al liceo quando lo affrontai. Ricordo comunque che la conclusione fu un po' quella con cui concludi questo post: non sapevo cosa mi avesse lasciato questa lettura, ma sentivo che ne valeva la pena. A distanza di anni non ne ricordo praticamente niente, e ho il grande sospetto che non ne avessi neanche capito poi molto. Purtroppo so che non ce la farei a leggerlo una seconda volta: mi è capitato di andare a riaprire la prima pagina, e ho provato davvero paura.

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    1. magari aspetta un po'che sia il libro a chiamarti (a me capita!) oppure prova a sfidarlo e vedi se riesci ad amarlo nonostante la "paura" che fa e la "pena" che richiede ;)

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  2. l'emozione è tutto nella vita,quando siete morti è finita... l'ho letto dopo aver ascoltato Vinicio... e sono d'accordo: n'è valsa la pena!
    Ciao

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    1. Ottimo accompagnamento sonoro, emozione amplificata. Ciao a te :D

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