I Love Books: 114. New York Stories


New York Stories è il caso perfetto di letteratura come biglietto aereo, come possibilità di viaggio e di comprensione, o almeno perlustrazione, dell'altrove, come evasione possibile dal nostro prosaico perimetro fisico.

Non sono mai stata a New York ed è vano dire che è in cima alla mia fin troppo ottimistica wishlist di viaggi, una mia zona mentale di fughe inventate e mutuate dai film che mi attanaglierà con il suo fascino simbolico e micidiale forever and ever. Dio, quanto vorrei farci un salto, anche un migliaio di salti!

Non avvio celebrazioni della città perché non ne uscirei più e perché è cosa troppo ovvia che New York richiami innamoramento, amore, desiderio, sogno, perdizione e altre cose sublimi che hanno a che fare più con stati mentali e filosofici che con lo Stato di New York.

Però voglio celebrare questa raccolta di racconti memorabile, soprattutto per un'allergica alle short stories come me (mi sto curando, tranquilli), e dire quanto sia stata un regalo.

Paolo Cognetti ha raccolto delle perle di vario genere e stile, ha individuato fili conduttori e ha creato un percorso esclusivo per il lettore (nel libro è inclusa una piccola mappa dei racconti rispetto alla collocazione nella città), una restituzione infinitesimale, ma sublime, dell'essenza della città delle città, di quel posto che si offre alla letteratura con spontanea abbondanza e come nessun altro luogo mai.

Nel complesso, sommando tutti e 22 i racconti, posso dire solo una parola: felicità.
Leggere e gioire della scoperta.

Brevi e corpose folgorazioni emotive, nel bene o nel male, perlopiù nel bene.

Quelli che ho amato di più e ritornerò a cercare nei momenti di newyorkitudine prepotente sono:

Il barile magico di Bernard Malamud, perché amo la prosa delicatissima di Malamud e quelle storie di umanità ebraica e dolente che ti avvolgono come una sciarpa d'inverno.
Solo una donna così poteva capirlo e aiutarlo a cercare ciò che cercava, qualunque cosa fosse. Poteva, forse, amarlo. Come fosse finita tra gli scarti del barile di Salzman non avrebbe mai saputo dire, ma sapeva di doverla rintracciare al più presto.

New York (1946) di Truman Capote, perché l'eleganza descrittiva di Capote fa vibrare chi legge e il modo di narrare la città, così innamorato e peculiare, è evocativo da far commuovere. (Voglio leggere ogni singola riga che quest'uomo ha scritto, dannazione!).
È un mito, la città, le stanze e le finestre, le strade che sputano vapore; per ognuno, per tutti, un mito diverso, testa d'idolo dagli occhi di semaforo che ammiccano verde tenero, rosso cinico. Questa isola che galleggia su acqua di fiume come un iceberg di brillanti, chiamatela New York, chiamatela come vi pare.

Saluti a casa di Richard Yates, perché trovo sempre un po' di Revolutionary Road nelle sue trame e amo fino allo spasimo quel suo modo intenso di descrivere la coppia americana anni '50 con le sue implosioni e la sua avidità di esplosioni vitali, di fughe dall'abitudine.
E con nient'altro tranne quell'affinità chimica, a quanto pareva, in un appartamento semidiroccato sul tranquillo lungofiume del Village, sopravvivemmo all'estate del 1948.

Un marxista a New York di Oriana Fallaci, perché a parlare della città in frasi di pura poesia è Pier Paolo Pasolini in un'istantanea molto lirica, inebriata dall'ammirazione estatica della città e striata di nostalgia per non averla vissuta.
È una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non essere venuto qui molto prima, venti o trent'anni fa, per restarci.

Bei tempo addio di Joan Didion, perché ci sono tutte le contraddizioni, le antitesi, i conflitti del vivere o non vivere a New York, di New York come promessa e come realtà, come magnifico stordimento giovanile e come messa a fuoco dell'età matura.
...ero innamorata di New York. E non è un modo di dire, ero davvero innamorata della città, la amavo come si ama la prima persona che ti tocca e come non amerai più nessun altro.

Il "gilgul" di Park Avenue di Nathan Englander, perché sembra una situazione alla Woody Allen, un'improvvisa epifania ebraica all'interno di un rapporto di coppia assolutamente non ebraico. Brillante come solo le storie ambientate a New York sanno brillare.
Il giorno ebraico comincia nella calma della sera, quando non sconvolge l'organismo con il suo arrivo. Fu allora, al calare del giorno, tre stelle visibili nel cielo di Manhattan, che Charles Morton Luger capì di essere in possesso di un'anima ebraica.

Non ho invece apprezzato il racconto di Henry Miller e quello di Don DeLillo, entrambi per ragioni di avversione alla loro cifra stilistica e perché mi sembra che di New York se ne riesca a prendere e respirare meno rispetto ad altre storie. Li ho trovati un po' deliranti e fuori fuoco.

Tutti gli altri che non ho citato mi hanno tenuto comunque ottima compagnia, è stata una piacevolezza quasi ininterrotta.

Ho scoperto Mario Soldati e ho intenzione di recuperare America primo amore da cui è tratto il suo racconto un po' fuori dal coro, forse il più diretto e analitico nella comprensione della città.
Troviamo così a New York, conservata quasi sotto campana di vetro, la mentalità di un barbiere di Catania verso il 1890. E nel giro di famiglie amiche e imparentate che vivono l'una vicina all'altra nel medesimo quartiere, è possibile riconoscere la società provinciale e borghese di Avellino, o di Aquila, Benevento, Potenza ecc. prima della guerra. Uno storico serio dell'epoca umbertina, dovrebbe vivere un anno a Brooklyn o a Bronx.

Inutile dire che il racconto di Francis Scott Fitzgerald è pieno del suo stile, mischia la festa al declino ed è stato una conferma del sentimento ambivalente che provo per questo scrittore (vedi qui e qui).

Vorrei poi incontrare ancora Dorothy Parker. Il suo racconto, con il whisky che consola in quelle tipiche alienazioni sentimentali moderne e metropolitane, non mi ha folgorato, ma c'è in lei una tendenza che voglio approfondire.

Insomma, tornata da questo viaggio a New York via letteratura, fulmineo eppure capillare, la sensazione è quella di aver osservato foto scattate da fotografi d'eccezione, di aver colto delle verità, delle idee, delle esperienze così vere e interne all'apparato cardiaco della città, da avermi fatto sentire lì, immersa meravigliosamente nei battiti, negli umori e nell'infinita varietà di una città-mondo, di un mondo dentro una città.

Sostando tramite le pagine al Bronx, a Manhattan, a Brooklyn, al Village, ho vissuto non solo la geografia della città, ma anche il tipo di storia, di vicenda esistenziale o di semplice avventura che può derivare solo dal vivere in essa.

Perché New York non è solo posto in cui vivere, ma modo di essere e di condurre l'esistenza, cose che ti capitano perché vivi lì e non altrove.

Parecchi racconti nominano la città en passant o non la tirano affatto in ballo, ma lo sfondo della narrazione si avverte prepotente, brulica nel sottinteso e permea di materia newyorkese ogni elemento.

New York si sente anche quando non se ne parla. Il suo alito metropolitano si insinua dovunque.

New York Stories è un bellissimo libro, una bellissima idea, uno skyline letterario che riempie di amore e potenzia oltremodo il Sogno (o la voglia del ritorno per chi c'è già stato).

Commenti

  1. Quand'è che riuscirò a metter mano a questo libro?
    Ormai posso dire di adorare Cognetti, come scrittore ma altrettanto per tutto il suo lavoro intorno alla forma del racconto. E' già riuscito a farmi conoscere ed incuriosire su molti autori riguardo i quali ero molto ignorante. Da come ne parli, New York stories sembra ancora meglio di quel che immagino.

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    Risposte
    1. Provalo, te ne innamorerai, nell'insieme e nel particolare di ogni singolo scrittore proposto ;)

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  2. Concordiamo su buona parte della questione, tra cui Miller e DeLillo. Che fatica quei due!
    Pur non essendo un'assidua lettrice di raccolte devo dire che non mi è dispiaciuta. Alcuni racconti non li ho trovati brillanti ma ciascuno ha il proprio gusto letterario.

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