I Love Books: 117. Il filo del rasoio


Ho scoperto uno stile che combacia perfettamente con quel mio periodico bisogno di ambientazioni mondane e di bel mondo, meglio se filtrate da una buona dose di sarcasmo e tagliente lucidità all'inglese.

William Somerset Maugham è di questa specie, è un elegantone con il dono della scrittura, e io mi sono tuffata nelle pagine sontuose e allo stesso tempo prosaiche della sua storia, in quel mix di descrizione d'ambienti dorati e vanitosi e di situazioni di vita appassionate e spirituali.

Leggendo Maugham, perlomeno Il filo del rasoio (The Razor's Edge, 1944), viene in mente il romanzo rosa (su questo la critica che tanto lo detestava non aveva del tutto torto), ma c'è una dimensione in più nelle sue pagine, un'abilità sottesa: quella di mettere in campo tematiche importanti senza appesantire mai l'insieme.
Raccontare cose abbastanza serie, mettere in ballo, traumi, crisi, dolori, ed essere allo stesso tempo eccezionali narratori di mondanità e dolce vita, saper infondere serenità al lettore.

Un amico di Maugham diceva: "se in un racconto o in un romanzo di Maugham cerchi la profondità di pensiero, non aspettarti di trovarla troppo in evidenza. Devi usare la testa per non confondere la semplicità con l’assenza di significato..."

Appunto, sembra tutto così estetizzante e vanesio, ma non lo è, no che non lo è!

E se anche per un attimo lo fosse, c'è l'ironia a mettere tutto nella giusta prospettiva.
Mai ho cominciato un romanzo con tanta titubanza. Lo chiamo romanzo solo perché non saprei come chiamarlo altrimenti. La storia che ho da raccontare non è gran cosa...
Con questo incipit scoraggiante e sfrontato Maugham si è guadagnato subito la mia stima, come mi accade sempre con chi sa scherzare su di sé.

Il filo del rasoio è una storia semplice e si basa sull'eterna lotta tra essere e apparire, tra sperimentare la vita rischiando tutto, o assopirsi dentro status sociali borghesi e sicuri.
Andare verso l'ignoto e l'altrove, rinunciando perfino ad un amore importante, o sposare questo amore e mettere radici nella normalità, nella sedentarietà dell'animo?

Larry Darrell, americano di Chicago, non si abbandona a dissidi amletici, ma senza esitazione alcuna lascia il certo per l'incerto, rinuncia a Isabel, sceglie di camminare sul filo di un rasoio anziché su percorsi dall'esito amabilmente prevedibile, dall'inquadramento facile.
Sceglie di lavorare in miniera in Germania, di imbarcarsi come mozzo, di andare per il mondo, di cercare qualcosa di simile ad un senso profondo in India.
Sceglie di riempire la sua vita facendo esperienza della fatica, dell'umiltà, dell'esistenza fatta di poco.

Oggi Larry potrebbe essere definito simpaticamente un "fricchettone", uno di quei benestanti borghesi che un giorno lavorano in banca e il giorno dopo mollano tutto, comprano una cascina in campagna e si danno alla meditazione.

Questo molto banalmente.

Ad un livello più profondo, Larry è un giovane con il cuore ferito dall'orrore della guerra, con la memoria martoriata dal ricordo di vite esplose in aria accanto a lui, e con la necessità di meritarsi la vita che possiede ancora per miracolo.

Un personaggio che interessa molto Maugham e che Maugham sa rendere interessante.

Dall'altra parte di questa esplorazione del sé, ci sono poi personaggi che mettono al primo posto il buon nome e la posizione che occupano in società come Isabel, damerini mondani e patetici come Elliott (la sua figura è veramente ridicola!), donne licenziose e sregolate come Sophie, donne che si danno per interesse come Suzanne.

Di equilibrio ce n'è poco, prevalgono la decadenza e il materialismo tipici dell'Occidente e agli antipodi di ciò che sperimenta Larry.

Ma c'è anche un tipo di celebrazione fatua del vivere, fatto di andirivieni tra Parigi, Londra, la riviera di Montecarlo, che in qualche modo aggrada.

La voce narrante del libro, che è la voce stessa e dichiarata di Maugham, ha il dono dell'intrattenimento perfetto, incanta con la sua capacità di creare atmosfere fatte di aria, luce e altri richiami sensoriali, con l'eloquio incantevole che padroneggia con una punta di snobismo.

L'espediente di mischiare autobiografia e finzione, di far scivolare l'una nell'altra, rende il racconto straordinariamente credibile e carico di vita vera, anche in virtù di uno stile di scrittura agile e ricco di ammiccamenti al lettore.

Il filo del rasoio si legge in un lampo e, spessore o non spessore, a me questo è bastato a darmi soddisfazione.

Non avevo mai letto nulla di Maugham e con lui ho scoperto un genere letterario ben preciso, che forse non ha valore formativo o profondità in grado di incidere, ma una capacità avvolgente di intrattenere, di saper parlare senza tediare mai.
Mi sembra giusto avvertire il lettore che può saltare questo capitolo senza perdere il filo di quel tanto di storia che ho da raccontare...
Come potrebbe mai far assopire uno che all'improvviso dice cose così, con questo piglio strafottente e autoironico?

Credo che Maugham sia stato molto più consapevole e arguto, molto più preparato di quello che gli ambienti accademici hanno pensato di lui.

Esplorerò ancora tra le sue opere...

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