I Love Books: 85. Olive Kitteridge


In questo blog avrò già scritto decine di volte che non amo i racconti e tutto ciò che ha a che fare con la frammentazione, la brevità, la sospensione narrativa. Il senso di rottura e di inappagamento che mi danno i racconti è devastante, la sensazione di non ancora detto, la necessità dell'intuizione, la parzialità di ogni approfondimento mi tolgono quel beato senso di compiutezza che mi danno i romanzi lunghi.

C'è però sempre un'eccezione alle proprie avversioni e Olive Kitteridge è stato la mia prima eccezione, la prova più unica che rara che anche un'ostilità atavica ai racconti può diventare apprezzamento se questi racconti riescono a dare e a farsi amare anche nella loro natura breve (miracolo che non è avvenuto con Alice Munro, di cui vi parlerò in un altro post).

Credo che il motivo sia essenzialmente questo: che i racconti contenuti in Olive Kitteridge, hanno un senso d'insieme e una stretta connessione al cuore del romanzo e della sua protagonista, non sono unità autoriferite e chiuse, ma pezzi di una storia più grande, zoomate su particolari di un'unica grande fotografia.

Olive Kitteridge non è una raccolta di racconti, ma un romanzo sotto forma di racconti, una macrostoria scandita dallo scorrere del tempo, quella della protagonista Olive Kitteridge e dei suoi familiari, al cui interno si inseriscono microstorie, vicende esistenziali anche minimali che hanno in qualche modo un legame con Olive.
Scenario comune di tutti questi frammenti di vita è il Maine e la cittadina di Crosby in particolare, un New England descritto in modo sensoriale, atmosferico, di grande suggestione fotografica.

La geografia del romanzo è fondamentale, è protagonista tanto quanto la sua protagonista umana, è un catalizzatore di eventi e storie di vita di provincia, tutte più o meno all'insegna della malinconia, dell'abbandono, della depressione.

Eppure, in questo microcosmo desolato lambito dall'Oceano Atlantico c'è anche un forte sentore di poesia, di verità universali, di saggezza e di coraggio, c'è l'insostenibile pesantezza della vita, ma anche la forza di reggere questo macigno e di andare avanti.

Emblema di questa lotta quotidiana e non necessariamente rumorosa è Olive, una figura di donna peculiare e di (anti)eroina romanzesca, tragica e a tratti comica, indimenticabile.
Per il suo essere estremamente sgarbata, antiromantica, indelicata, ma anche empatica e sensibile, questa temutissima insegnante di matematica si impone subito sulla pagina e crea slanci ora di odio comico ora di amore commosso nel lettore, che non può restare indifferente di fronte a tale personalità, anche quando tra un racconto e l'altro appare per un istante.

Personalità che viene molto marcata ed enfatizzata dall'interpretazione magistrale di Frances McDormand nella bellissima miniserie tv omonima HBO che è molto più olivecentrica del suo corrispettivo letterario e che si fa amare quanto la sua fonte (in certi momenti perfino di più!). Nel romanzo l'asperità caratteriale di Olive è quasi più lasciata all'intuizione del lettore, che in una brevissima frase aggressiva o in un gesto anche piccolo trova l'essenza più profonda di questa donna straordinaria.

Lo stile di Elizabeth Strout è essenziale ma molto aggraziato, non indugia mai sul superfluo ed è immune da ogni forma di ridondanza e di sentimentalismo: non è ruvido come la sua protagonista ma ha la stessa capacità di scuotere e commuovere anche con poco.

Un romanzo Premio Pulitzer (nel 2009) che mi ha lasciato moltissimo e che abbinato alla visione della miniserie tv è stato un doppio dono di bellezza.

Commenti

  1. Concordo su tutto, voglio assolutamente vedere la serie tv!!!! *-*

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    1. è assolutamente all'altezza del libro, una cosa bella bella bella! Buona visione :D

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  2. Molto molto carino. E, per una volta, la riduzione televisiva non sfigura affatto: la McDormand è un'ottima Olive, e il livello della miniserie è di assoluta qualità. Consigliati entrambi! (libro e film)

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