L'amore è potente, non c'è scampo. Se è amore giovane, quello acerbo e totalizzante dei diciassette anni, è più che potente, è la vita stessa che prende forma e impatta, è il debutto all'esserci, al sentirsi e al sentire. Prima di provare un amore giovane nessuno è davvero vissuto. L'amore di Elio e Oliver è un detonazione di vita, un concentrato di sconsideratezza ormonale, squilibrio psicofisico, overdose di sensi e di baci, abbandono all'estasi senza il triste contegno di chi sa che non potrà durare. Una cosa che pulsa e palpita forte. Il loro è un carpe diem di estiva pienezza, un darsi e dare senza pensare a ciò che si perderà, a ciò che ne uscirà rotto. C'è qualcosa di violento e sensuale nel loro inesorabile catturarsi, c'è il nuovo che aspetta di essere inaugurato e c'è il già noto che ha bisogno di essere rinnovato. C'è l'età della fragilità e della libertà totale di essere fragili e c'è l'età un po' più consa...
L'ho visto sabato, l'ho ripensato e ponderato mentalmente domenica e oggi scrivo due considerazioni piuttosto diverse da quelle che avrei pensato di scrivere prima di vedere il film. Confidavo in mie sperticate lodi e in quel tipo di entusiasmo da capolavoro che ti fa esagerare nell'uso di aggettivi trionfali, e invece sarò tiepida, a tratti delusa. Revenant me l'aspettavo diverso: più narrativo, più romanzesco e psicologicamente raffinato, più dinamico, più epico. Invece è un film basic, fatto di istinti primordiali, natura impervia che troneggia fiera per tutte le due ore e mezza della pellicola, silenzi sconfinati che fanno parlare la disumanità del paesaggio, motivazioni essenziali, dominio della sopravvivenza minima e un tipo di uomo che si fa animale, selvaggio, belluino, basilare. Un film animato da dinamiche elementari che non cerca nulla di più sofisticato e originale del suo minimalismo narrativo, del suo aspetto gelido e spietato. Il bene, il male ...
Il primo film che ho regalato ai miei occhi nel 2015 è stato Big Eyes e non poteva esserci visione più gradita e dalle tinte vivaci. Da un po' di tempo, quando vado a vedere un film di Tim Burton , onde evitare delusioni da fan nostalgica della prima ora, mi impongo di non avere alcuna aspettativa né alcun pregiudizio pre e post burtoniano, di non alzare le classiche barriere di diffidenza post-Alice in Wonderland e di mettere da parte la fissazione romantica per personaggi mitologici come Edward mani di forbice e simili. Grazie a questo approccio vergine e detimburtonizzato sono riuscita a godermi Dark Shadows e Frankenweenie in purezza. Nel caso di Big Eyes sono stata ampiamente ripagata: l'ho trovato bellissimo, in stato di grazia e godibile nella sua totalità. Un buon film, a prescindere dal suo essere un film di Tim Burton . L'estetica burtoniana va e viene; ci sono dei momenti in cui la gamma cromatica, la fotografia, il tipo di inquadratura ...
Questo film è sorprendente per una ragione: il suo contenuto è di una pesantezza grigia e numerica (almeno per me), il suo stile è una cosa folle e geniale. La grande e audace scommessa di portare al cinema la crisi mondiale del 2008 con tutta la sua minuziosa esegesi e di rendere questa materia ingessata e cifrata una giostra aperta e spregiudicata è stata vinta in pieno dal regista Adam McKay e dal suo azzeccatissimo cast di stelle. Bale - Carell - Gosling - Pitt , ripetete con me e inchinatevi a cotanta sostanza attoriale. La grande scommessa (tratto dal libro di Michael Lewis The Big Short - Il grande scoperto ) rigurgita aridità numeriche, affastella dati e percentuali, parla il linguaggio per me esoterico dell'economia e della finanza, ma ha un montaggio così vivace e trovate esplicative così accattivanti da riuscire a coinvolgere anche il più ipodotato in fatto di scienza bancaria. Una persona come me per esempio. Economia for dummies insomma, la lezione di...
Chiedete a chi era seduto al mio fianco in sala e vi dirà delle mie lacrime silenti in varie fasi del film e poi ancora di quelle copiose, esplose sul finale. Nessun controllo sulla mia intelligenza emotiva, un fluire di commozione perfetta. Sono uscita dalla sala addolorata (e con l'eyeliner strisciato su tutta la faccia) eppure colma di bellezza. Quanto The Danish Girl (di Tom Hooper , 2015) mi abbia emozionato fin nella parte più remota della mia sensibilità, lo avete già capito. Mi ha donato un innamoramento, un'ammirazione, un gradimento a più livelli che non mi aspettavo. Pensavo di essere più cinica, di dover detestare i manierismi e le leziosità pittoriche di cui il film è colmo, invece ho apprezzato anche le più affettate espressioni sul volto del protagonista, perché c'è una dolcezza in lui-lei che inonda, che annienta ogni difesa. La storia vera di Einar Wegener , pittore danese degli anni '20, del suo grande amore Gerda , anche lei pittrice, del ...
Le storie di sogni impossibili e sognatori ostinatissimi mi mettono sempre un po' a disagio; mi ritrovo davanti alla narrazione di queste mirabolanti improbabili imprese e mi sento cinica, arresa al posto loro, diffidente verso ogni pretesa di supereroismo che non sia fumettistico, verso ogni forma di retorica esasperatamente ottimistica. Persino di fronte alla riuscita del'impresa mi viene da storcere il naso. Una storia come quella di Philippe Petit che il 7 agosto del 1974 fa quattro passi fra le nuvole o per meglio dire una camminata lunga quasi un'ora su un cavo sospeso tra le Twin Towers newyorkesi, ha in sé questo tipo di rischio (almeno per me) e può urtare la sensibilità di chi vive con i piedi saldati a terra. E anche chi soffre di vertigini. Soprattutto se la visione del film avviene in 3D. E qui interviene Robert Zemeckis a riequilibrare le cose e a riportare un grande sogno, un'impresa pazzesca, all'interno di una dimensione umanissima e imp...
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